L’età della moneta, ovvero del dominio dell’informe

Andrea Cerutti

Rita Di Leo, per chi non lo sapesse, ha a che fare con il pensiero di Mario Tronti  ̶ legata soprattutto alla fase «operaista» e a quella dell’«autonomia del politico», meno ai temi teologico-politici che caratterizzano l’attuale fase dell’avventuroso percorso teorico trontiano. È una sovietologa, una disciplina purtroppo caduta in disuso, ed è soprattutto una rigorosa teorica della politica. In breve, sia per le esperienze intellettuali che per i temi che ama affrontare, è il contrario di un’opinionista alla moda. Non a caso nel suo L’età della moneta, pubblicato nel 2018 da il Mulino, non si occupa di idee o di teorie, ma, in linea con la metodologia trontiana, si impegna in un corpo a corpo con i fenomeni storici. Anzi, con il «fenomeno storico», ovvero «l’età della moneta, il nostro tempo presente con i suoi uomini, quelli che sono prevalsi su quelli della spada, su quelli del lavoro e su quelli dei libri». Qui, dunque, non si parla di populismo o di liberaldemocrazie sotto attacco. Temi buoni per una serata dalla Gruber, sui quali ognuno può sempre dire la sua così come capita, tanto nessuno gliene chiederà mai conto.

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Workers and Capital by Mario Tronti – A Review

Luhuna Carvalho

Five decades after it first came out, the hugely influential Marxist classic Workers and Capital, the Italian 1968’s bildungsroman, has finally appeared in an English translation, filling an important gap within contemporary political theory and adding a crucial contribution to the discussion about the 60s’ social movements and the New Left.

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Workers and Capital by Mario Tronti – A Review

Luhuna Carvalho

Cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione, è finalmente uscita la traduzione inglese di Operai e capitale, un classico del marxismo di enorme influenza, il bildungsroman del ’68 italiano, così colmando una rilevante lacuna nell’ambito della teoria politica contemporanea e altresì offrendo un cruciale contributo al dibattito riguardante i movimenti sociali degli anni ’60 e la “New Left”.

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Il popolo ritrovato, o del momento populista secondo Carlo Formenti

Marco Pisanu

La tragedia del presente ci ha condotto a disperare, e a riconoscere l’esigenza della parte, ma non ancora a riconoscere la parte. Sembra di poter dire che un punto di vista di parte, per collocarsi intelligentemente contro il proprio tempo, necessiti di tre definizioni: un nemico (cioè chi ha interesse a negare la parte), un’identità (che non è data da altro che dalle differenze che costituiscono la parte) e infine un’ulteriorità (una via di fuga che sottragga la parte alla determinatezza della sua stessa parzialità, un orizzonte di libertà). Diciamo pure che queste sono in fondo distinzioni concettuali, e va da sé che definire quale sia il nostro avversario ci aiuta immediatamente a pensare noi stessi come soggetto antagonista, e allo stesso tempo a “sentire” quella trascendenza che ci permette di giocare con le cose del mondo, che ci permette cioè di smettere di scherzare e iniziare a fare sul serio.

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Strappare nuovamente il possibile all’oblio (L’operaismo politico italiano di Gigi Roggero)

Andrea Cerutti

L’operaismo politico italiano, appena uscito per la collana Input di DeriveApprodi, è composto dalla trascrizione di sei lezioni sull’operaismo dalle origini sino alle diramazioni più recenti – una, interamente dedicata alla figura di Romano Alquati, tenuta da Guido Borio, le altre da Gigi Roggero – e termina con un’utile intervista riepilogativa dell’autore curata da Davide Gallo Lassere.

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