Testo originale dell’intervista rilasciata da M.Tronti a La Stampa del 26 marzo 2021

Dopo la crisi del 2008, gli elettori sono finiti nelle braccia dei sovranisti e dei populisti, i partiti non sono mai riusciti a trovare maggioranze stabili che onorassero il mandato popolare. C’è chi sostiene che il governo Draghi sia la soluzione estrema che il presidente della Repubblica ha dovuto mettere in campo dopo il fallimento dei partiti. Questo governo rappresenta un colpo alla democrazia rappresentativa?

         Rifuggo dalle letture complottiste che ho visto circolare nei giorni passati, soprattutto nella parte estrema della sinistra, circa sbreghi anticostituzionali, a favore di poteri forti, nazionali e internazionali. E’ stato applicato alla lettera l’art. 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Questo, dopo aver verificato attraverso l’esplorazione del Presidente della Camera, che non esisteva più una maggioranza stabile di governo, in grado di far fronte alle due urgenze: risposta forte all’infuriare della pandemia e risposta seria alle opportunità del Next Generation Eu. Non è stato il fallimento della politica, ma il fallimento di improbabili maggioranze di governo, occasionali e divise sui fondamenti del fare politica.    

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Il caso Donald Trump, presidente della plebe, nell’era degli uomini della moneta

Rita di Leo

La perdita di ruolo e funzioni degli uomini che pensano è stata lentissima, sono passati secoli dal cardinale Mazzarino alle spalle del re di Francia sino al politico professionale Dick Cheney alle spalle del secondo Bush, l’erede cadetto ‘creato’ presidente degli Stati Uniti, da suo padre ex presidente, ex direttore della C.I.A, esponente di spicco dell’élite economica Otto-Novecentesca e del partito conservatore. Molti erano gli uomini che pensano, alle spalle del cadetto Bush nei suoi due mandati da presidente: i funzionari della macchina politico-amministrativa, gli esperti dell’apparato economico-militare, e infine gli ideologi neoconservatori, che lo convinsero non solo a calarsi in imprese belliche senza fine ma persino a fargli credere che l’instaurazione della democrazia elettorale ‘all’americana’ era il vero obiettivo etico della guerra contro i talebani e contro l’ex alleato Saddam Hussein.

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