L’età della moneta, ovvero del dominio dell’informe

Andrea Cerutti

Rita Di Leo, per chi non lo sapesse, ha a che fare con il pensiero di Mario Tronti  ̶ legata soprattutto alla fase «operaista» e a quella dell’«autonomia del politico», meno ai temi teologico-politici che caratterizzano l’attuale fase dell’avventuroso percorso teorico trontiano. È una sovietologa, una disciplina purtroppo caduta in disuso, ed è soprattutto una rigorosa teorica della politica. In breve, sia per le esperienze intellettuali che per i temi che ama affrontare, è il contrario di un’opinionista alla moda. Non a caso nel suo L’età della moneta, pubblicato nel 2018 da il Mulino, non si occupa di idee o di teorie, ma, in linea con la metodologia trontiana, si impegna in un corpo a corpo con i fenomeni storici. Anzi, con il «fenomeno storico», ovvero «l’età della moneta, il nostro tempo presente con i suoi uomini, quelli che sono prevalsi su quelli della spada, su quelli del lavoro e su quelli dei libri». Qui, dunque, non si parla di populismo o di liberaldemocrazie sotto attacco. Temi buoni per una serata dalla Gruber, sui quali ognuno può sempre dire la sua così come capita, tanto nessuno gliene chiederà mai conto.

L’età della moneta non è un’opinione, bensì, appunto, un fenomeno che ha una propria genealogia storica. Un fatto epocale a tal punto consolidatosi da non essere neppure più messo in discussione. Né da quelli, ovviamente, per i quali esso rappresenta un grande passo in avanti verso la pacificazione dei rapporti umani, ma neppure da quegli altri – chiamiamoli socialisti umanitari – che riescono giusto a vederci degli aspetti iniqui da correggere. Noi, per quanto ci riguarda, condividiamo la tesi di fondo della Di Leo: l’età della moneta rappresenta una tragedia di proporzioni immani.

Il percorso storico che vede la nascita, l’ascesa e infine l’affermazione definitiva degli uomini della moneta si è protratto per circa 800 anni. Ma non è stata una marcia inarrestabile verso il migliore dei mondi possibili, bensì un campo di battaglia sul quale si sono combattuti eserciti appartenenti a mondi diversi guidati da propri generali. Alla fine sul campo ne è rimasto uno solo. Questo esito era forse evitabile? E perché invece si è verificato? A queste fondamentali domande cerca di rispondere il libro.

Nelle brevi note che seguiranno, ci soffermeremo in particolare sugli ultimi decisivi novecenteschi passaggi che hanno portato alla drammatica, apparentemente definitiva, vittoria delle élite economiche. A monte, a partire dal ’300, vi è il lungo assedio con il quale gli uomini della moneta, allora nella veste di mercanti, iniziarono a cingere le mura delle comunità feudali, organiche al dominio incontrastato degli uomini della spada, dei principi e dei re. L’autrice, in pagine suggestive ed efficaci alle quali rimandiamo, spiega come i mercanti riuscirono a scompaginare le antiche comunità, grazie alle merci che avevano da offrire e al denaro col quale legittimarono progressivamente la loro posizione, sino a consolidarla nei secoli successivi provvedendo a finanziare le politiche di potenza dei re e degli stati. Tuttavia non si trattò solo di questo. Un ruolo decisivo – e questo è il primo snodo teorico rilevante – fu svolto dagli uomini dei libri, dagli intellettuali. Sul punto la Di Leo insiste particolarmente: nella lunga guerra che vide alternativamente contrapposti e poi alleati, gli uomini della spada, quelli della moneta e infine gli uomini del lavoro, i rispettivi eserciti poterono sempre contare sull’apporto decisivo degli intellettuali. O per fondare la legittimità del loro potere oppure per attaccare quella stessa legittimità. È una costante che si è perpetuata sin tanto che vi è stata guerra. Dichiarata la pace, è maturata una prima rilevante discontinuità rispetto al passato: le trionfanti élite economiche sembrano non aver più bisogno di intellettuali, di «filosofi-re» come dice la Di Leo, per legittimare il proprio potere. Non servono perché non ci sono più nemici. Nel migliore dei casi gli intellettuali si tramutano in funzioni della moderna vita economica, in inventori di algoritmi; nel peggiore, in opinionisti per quotidiani che non legge nessuno o, almeno in Italia, in ospiti fissi di grottesche trasmissioni televisive. Senza contrapposizioni, senza guerra, gli intellettuali perdono dunque la capacità di influire sulla realtà, di apprendere il proprio tempo con il pensiero. Ma su questo torneremo.

Facciamo un breve passo indietro per poi farne un altro più lungo, che ci porti dentro i decisivi conflitti del Novecento. Nel passaggio che porta il mercante ad aumentare la propria rilevanza, diventando anche produttore di merci, sorge, contestualmente, un nuovo tipo umano, l’uomo del lavoro. Nato subordinato al potere economico: «senza capitali non c’è lavoro». Di nuovo però – così come era successo nel confronto tra uomini della moneta e sistema feudale – con l’aiuto esterno di una leva di nuovi uomini dei libri, intellettuali in uscita dal proprio ceto di appartenenza, i lavoratori iniziarono a convincersi che quella formula, che significa una condanna alla prigionia a vita, avrebbe potuto essere ribaltata: «senza lavoro non c’è capitale». Restava comunque la connessione indissolubile tra capitale e lavoro, ma si cominciava a mettere in discussione il rapporto di rigida subordinazione del secondo rispetto al primo. L’ideologia di riferimento era quella della classe operaia trasfigurata in classe generale produttrice di tutta la ricchezza, che avrebbe ineluttabilmente sostituito la classe borghese, come questa, a suo tempo, aveva sostituito gli uomini della spada. Una sorta di metempsicosi tra classi sociali.

Come sappiamo nulla di tutto ciò si è mai verificato. L’ideologia socialdemocratica è stata un cimitero di illusioni e una scappatoia per opportunisti. Per via dei suoi limiti, anche teorici, non ha neppure mai considerato che il rapporto tra élite politiche ed economiche – come sottolinea la Di Leo – era caratterizzato dall’autonomia dei due strati sociali e non dalla dipendenza dialettica. I borghesi, gli uomini della moneta non erano i discendenti degli uomini della spada e nella loro età eroica – età che persino i borghesi hanno avuto – si conquistarono il loro spazio con la forza e l’astuzia. Le stesse capacità che misero in campo i rivoluzionari del ’17. L’unica concreta vittoria degli uomini del lavoro avvenne, infatti, non grazie alle teorie storiciste e progressiste dei socialdemocratici, ma contro di esse: proprio in Russia, dove per i marxisti ortodossi non esisteva nessuno dei presupposti che avrebbero giustificato uno sbocco rivoluzionario, esplose la rivoluzione, ad opera di una setta, i bolscevichi, il cui capo era fermamente convinto che le lotte sindacali operaie, il ribellismo contadino, le rivolte popolari costituivano solo e soltanto delle occasioni, peraltro indispensabili, per poter dare il via alla rivoluzione; una rivoluzione prima di tutto politica frutto delle decisioni di una ferrea organizzazione e non dello spontaneo sviluppo delle forze produttive.

Rita Di Leo, riprendendo poi un discorso già affrontato in precedenti libri (tra i quali, ricordiamo L’esperimento profano, pubblicato da Ediesse), torna sugli sviluppi post-rivoluzionari dell’era staliniana segnata dal ritorno all’antica ideologia progressista socialdemocratica: i dirigenti di estrazione proletaria – in ossequio appunto a quella ideologia che prefigurava deterministicamente la completa sostituzione dei borghesi ad opera dei proletari – avrebbero controllato e gestito tutto, con la conseguente «emarginazione» degli intellettuali, quelli della vecchia guardia bolscevica e coloro che sapevano come far funzionare la macchina economico-sociale. Chi sapeva doveva essere subordinato a chi faceva. E poi è storia di oggi. Evapora l’Urss come esito di una competizione pluridecennale con l’Occidente che, dopo Lenin, era divenuta solo economica. L’impero sovietico crolla con lo stesso pathos col quale una grossa azienda fallisce portando i libri in tribunale.

Nel libro, sulle conseguenze del crollo dell’Urss, si leggono valutazioni che dovrebbero essere ormai senso comune ma che, invece, fanno fatica a trovare spazio nell’ideologico dibattito della cosiddetta sinistra. Dunque è bene ribadirlo con le parole della stessa autrice: «quando, a metà degli anni ottanta, il mito dell’alternativa venne dissolto dal rex destruensMichail Gorbačëv, il sollievo fu tale che sul momento nemmeno i sindacalisti europei si preoccuparono delle conseguenze della scomparsa dell’Urss sul “proprio” ambiente, sui “propri” uomini del lavoro. Si erano convinti che il collegamento ideale, tanto vivo ai primordi dell’esperimento, s’era affievolito e infine spento. Si erano persuasi di poter rappresentare gli interessi del lavoro a prescindere da quel collegamento e anzi secondo alcuni sarebbe andata meglio, molto meglio, senza quell’ingombrante riferimento. Nel medio termine scoprirono che così non era, che la vittoria dell’avversario li riguardava direttamente».

L’ esistenza dell’Urss, pur nella sua avvilente involuzione economicista, ricordava ai capitalisti che il loro mondo poteva essere mandato a gambe all’aria. Una guardia rossa teneva aperto un varco per le lotte e le rivendicazioni delle forze anticapitaliste in tutto il mondo, soprattutto in Occidente. Quando quella guardia è andata via, il varco si è richiuso e sul campo è rimasta soltanto la potenza vincitrice con le sue ideologie, l’America, il paradiso in terra degli uomini della moneta. Si è così materializzata la profezia di Kojéve: «l’attuale presenza degli Stati Uniti nel Mondo prefigura il futuro “eterno presente” dell’umanità tutt’intera». Qui, a differenza della vecchia Europa, le potenze economiche non hanno nemmeno dovuto combattere i re e i principi per potersi affermare. A chi approdava su quella terra il contesto – le cose e gli altri arrivati – era completamente estraneo e, dunque, tutto era utilizzabile, commerciabile e sfruttabile senza vincoli di sorta. In America gli uomini della moneta – i grandi industriali, come le attuali élite finanziarie – non hanno mai visto minacciato il proprio primato, limitando sin dall’inizio le funzioni di governo e facendo comunque eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni. D’altronde, scrive la Di Leo, «la concezione degli uomini di Washington è la stessa degli uomini della moneta che allevano mandrie di buoi o costruiscono ferrovie o producono polvere da sparo. A comune fondamento vi è la convinzione che l’individuo, realizzando il proprio interesse, compie il proprio dovere. L’interesse è solitamente identificato in una posizione economica migliore, e dunque in un reddito più alto, vale a dire nella crescita della propria ricchezza».

Senza gli uomini del lavoro organizzati come un esercito e senza i loro intellettuali, la diseguaglianza economica tra uomini torna ad essere un fatto naturale incontestabile, non solo in America ma ovunque. Non solo. Il trionfo senza limiti dello «stato naturale» dell’uomo economico, sottolinea la Di Leo, rappresenta pure la sconfitta del mondo degli uomini della spada, della politica-progetto novecentesca, perché anche questi, ispirati da altri intellettuali, consideravano lo stato di natura come un limite da superare rendendo l’uomo disponibile ad agire sulla base di altre leggi, diverse da quelle naturali. Dice Schmitt in Cattolicesimo romano e forma politica: «il dominio del “capitale” […] non è ancora una forma, anche se può certamente svuotare una forma politica esistente e ridurla a vuota facciata. Se il capitale riesce in questo intento, potrà dire di avere completamente “spoliticizzato” lo Stato». È quello che è successo: viviamo sotto il dominio dell’informe.

Se poi la sofferenza supera il limite di soglia, ecco che intervengono quelli che opportunamente Di Leo definisce i «samaritani del XXI secolo», ovvero i «volontari, membri di associazioni specializzate nella cura delle differenti “ferite”, droga, alcolismo, traumi familiari. Sono avvocati che patrocinano gratuitamente, sono “medici senza frontiere”, sono giornalisti che fanno inchiesta di denuncia», tutti, tranne i politici professionali e i sindacalisti. È quello che abbiamo davanti agli occhi, ovunque, non solo guardando l’America: l’eticizzazione della politica equivale alla neutralizzazione della politica.

Il mondo degli uomini della moneta in cui viviamo ha cancellato l’idea stessa di trasformazione, ha spazzato ogni altro mondo concorrente, quello dei libri, quello del lavoro e pure quello della politica. Ad ognuno è consentito individualmente, almeno in linea teorica, di fare per avere e di avere per fare. D’altronde, precisa la Di Leo, non vi è più bisogno di combattere contro il potere, perché semplicemente è sparito «il potere sul singolo», prendendo sostanza «un potere che si concretizza nel consenso del singolo alla libertà di ciascuno ad agire “per sé” in misura delle proprie individuali capacità». Lo scambio sostituisce il conflitto. «Nell’età della moneta semplicemente l’antagonismo perde la sua ragion d’esistere. Poiché vi è una nuova logica. Nuovo è il riemergere di quello stato di natura dove il forte ha la liceità di imporsi sul più debole e il più debole accetta l’imposizione e l’accetta perché è basata non sull’estrinsecazione della forza in una qualche dispotica forma bensì su uno scambio che lo coinvolge». Sia chiaro, il capitalismo non è stato scoperto ora, le élite economiche, lo abbiamo visto, esercitano la loro influenza da secoli. La novità – ed è questo il cuore del libro della di Leo – è che adesso il capitalismo non è più solo un sistema economico, bensì un fatto culturale e anche religioso che funzionalizza al proprio dominio tutto quello che incontra, compresi i nostri pensieri, per libera passiva accettazione dei dominati.

Ma perché siamo arrivati a questo?

Uno dei motivi prospettati dalla Di Leo, ne abbiamo accennato, è costituito dal crollo dell’esperimento comunista in Urss. Condividiamo la tesi dell’autrice: l’emarginazione degli intellettuali e il prevalere dell’economicismo di matrice socialdemocratica contro il politico leniniano spiegano molte cose. Su questo potrebbe però essere interessante intrecciare le tesi della di Leo con quelle di Carl Schmitt che, nel già citato Cattolicesimo romano e forma politica, geniale pamphlet del 1923, pubblicato dunque a distanza di pochi anni dalla rivoluzione in Russia, scriveva: «l’immagine del mondo di un moderno imprenditore industriale assomiglia a quella del proletariato industriale […] il proletariato, con la coscienza di classe, si reputa il legittimo signore (vale a dire, il signore adeguato, e nulla più) di questo apparato, e considera contemporaneamente la proprietà privata dell’imprenditore capitalistico un residuo, ormai del tutto inadeguato, di un’epoca tecnicamente arretrata». Il punto saliente dell’argomentazione schmittiana è che il pensiero economico è del tutto «aderente alle cose» e che pertanto è nemico della «rappresentazione», dell’idea che mette in rapporto persone e non cose, che soggettivamente trascende il piano oggettivo e immanente delle cose. Ovvero, il piano sul quale, come dice la Di Leo, gli individui fanno per avere e viceversa. Continua Schmitt: «per il pensiero economico, dunque, il “politico” è qualcosa di non oggettivo, perché deve richiamarsi a valori non semplicemente economici», «il pensiero economico conosce soltanto un tipo di forma, cioè la precisione tecnica, che è lontanissima dall’idea di rappresentazione. L’“economico”, nel suo combinarsi con il “tecnico” […] richiede la presenza reale della cosa».

Invece, quel ribaltamento di cui si è detto – che sta anche all’origine della rivoluzione di Lenin – tra la posizione dei padroni, «senza capitale non c’è lavoro», con quella dei proletari, «senza lavoro non c’è capitale», non è una questione che si poteva risolvere secondo il pensiero economico ma è una contrapposizione politica che trascende l’economico, «non è affatto qualcosa d’economico ̶ sorge dal pathos di differenti convinzioni» dice Schmitt.

Proviamo dunque a trarre qualche conclusione. Si potrebbe ipotizzare che la natura eminentemente politica dell’atto originario della rivoluzione bolscevica sia stata rapidamente e progressivamente occultata e negata dagli stessi rivoluzionari che si erano formati sulle teorie dell’economicismo socialista. Rita Di Leo, su questo passaggio, attribuisce grande rilievo agli effetti della successione Lenin-Stalin. Si può spiegare solo così o forse sin dall’inizio, come pensava Schmitt, la componente tecnico-economica, «l’elettrificazione della terra», era quella determinante? Quel vertiginoso, miracoloso atto originario non è stato pensato, dai suoi stessi protagonisti, in tutte le sue conseguenze probabilmente perché in così evidente contraddizione con le leggi scientifiche ed economiche del marxismo su cui si erano formati. È rimasto un impensato. E chi non pensa l’eccezione non pensa neppure la rappresentazione. Insomma, non dovevano essere i pianificatori a governare ma i governanti a pianificare.

Per queste stesse ragioni pare ingeneroso quel passaggio in cui la Di Leo affianca il pensiero negativo all’antropologia dell’uomo della moneta: «ambedue sono contro i filosofi-re, contro le lusinghe delle tante ideologie, teorie e sperimentazioni dei due ultimi secoli europei, posti sotto accusa. Il disvelamento a opera dei filosofi del pensiero negativo sembra quasi l’ultimo atto dell’uomo del libro, quasi come il divorare sé stesso dopo aver sterminato i padri». Per noi non è così. Il pensiero negativo è in realtà quanto vi sia di più antagonistico e inconciliabile con il mondo degli uomini della moneta, con l’«american way of life». I teorici del pensiero negativo (e uno è certamente Carl Schmitt) sono infatti proprio coloro che per primi hanno rivelato le segrete intenzioni delle utopie umanitario-progressive, poi venute in superficie trovando il proprio compimento storico nel mondo piatto degli uomini della moneta, dell’ultimo uomo nietzscheano, del borghese-massa trontiano.

In altre pagine, invece, la Di Leo punta il mirino sul vero obiettivo polemico, ovvero quella «fede nell’illuminismo […]che ha fatto leggere il Capitale di Marx come il manuale per l’edificazione della società perfetta mentre era l’analisi del capitalismo». La società perfetta o perfettibile non è forse quella dove, almeno teoricamente, ad ognuno individualmente è consentito di appropriarsi di tutto ciò che desidera? Chi risponderà positivamente dovrà essere felice di vivere tra gli uomini della moneta.

Quali prospettive invece per chi non si rassegna al ritorno allo stato naturale dove regna la bestia capitalista, in un mondo dove gli uomini tornati animali, con le parole di Kojéve, «costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte»?

Nel prezioso libro di Rita Di Leo non viene prospettata una via d’uscita. Pertanto, chiediamo all’autrice e a noi stessi se il ritorno, in Russia e Cina, degli uomini della politica possa rimettere in moto la storia con i suoi conflitti risvegliandoci dall’incubo dell’età della moneta.

(articolo pubblicato il 30 settembre 2020 sul sito della rivista online Machina https://www.machina-deriveapprodi.com/post/recensione-a-l-et%C3%A0-della-moneta-di-rita-di-leo)