La teoria nel deserto (recensione a La teoria nel deserto di Antonio Peduzzi)

Mario Tronti

Eccomi, Antonio.

Letto il libro. Credo che sia una delle tue produzioni migliori. Si capisce che arriva quasi a conclusione di una lunga ricerca.


Ho sofferto un po’ nelle pagine, molte, di tecnicismo filosofico, soprattutto nel corpo a corpo con il nemico Heidegger.
È ormai da troppo tempo che ti misuri, armi concettuali alla mano, con questo pensatore. Forse dovresti voltare pagina.
Il discorso cresce da quando all’inizio ben definisci il campo problematico agli ultimi due capitoli, che ho trovato molto nuovi e puntuali: quelli sulla reticenza, sul fuoriuscito, sull’esilio e la figura dell’esiliato. Anche il capitolo precedente mi è molto piaciuto.
La morfologia del disfacimento, contraccolpo e contrappasso alla nostra cara idea del che fare?, la trovo attualissima e produttiva.
L’idea di fondo, su cui naturalmente concordo, è il passaggio epocale  dell’incontro del movimento operaio con la teoria.
Attraverso Marx, è il fatto dell’esistenza del lavoro nella storia umana che ha costretto a fare i conti con questo dato di realtà.
Tu tendi a svalutare polemicamente il livello teorico di chi ci combatte. Ma bisogna distinguere. C’è anche chi ci ha combattuto ad alto livello.
Controbattere lì, serve per crescere. Semmai è più che giusto − è questo la teoria nel deserto! − far notare l’età di squallida decadenza in cui è precipitato − ma da quando, questo sarebbe da indagare! − il pensiero del nemico come dell’amico.
E vengo a un punto di dissenso. Non condivido la parificazione assoluta che tu fai di Heidegger e Schmitt.
Intanto sono due figure del tutto diverse. L’uno il filosofo della chiacchiera filosofica, che ha prodotto altra infinita chiacchiera pseudofilosofica.
L’altro un giurista, niente affatto del Reich, come recita la vulgata democratica, alternativo a un altro gigante come Kelsen, e per di più e meglio un potente teorico della politica moderna, di cui nessuno, tanto meno noi, può fare a meno.
Il nemico principale di Schmitt non era Marx e il marxismo, ma tutta la dominante tradizione liberale, lo storicismo progressista, erede dell’età dei Lumi, la pappa del cuore dell’umanismo e del cosmopolitismo. È il Machiavelli del Novecento, al seguito di Hobbes e di Weber, e ammiratore di Lenin. A me è servito, e l’ho usato spregiudicatamente, per ritrovare non tanto l’autonomia, quanto il primato del politico, perduto nell’età delle spoliticizzazioni. Il criterio del politico amico−nemico, che fa venire i brividi alle anime belle, è il criterio del sociale realizzato nell’antagonismo della lotta di classe.
Come ben sai, ho frequentato molto il pensiero grande−conservatore, a cui non faceva certo difetto la teoria, ma perché aveva un segno antiborghese, certo da un punto di vista aristocratico. Ma cosa è stata la classe operaia, come l’abbiamo letta noi, se non una aristocrazia di popolo, al tempo stesso antiborghese e antiplebea.
Queste sono le prime riflessioni che traggo dalla lettura de La teoria nel deserto, bel titolo, bello perché dice il vero.