Ancora su Utopia proseguendo una discussione

Mario Tronti

Il termine Utopia segna un tema eterno sempre attuale. Da quando c’è umanità su questa terra, si è sempre insoddisfatti del mondo in cui si vive. E si cerca qualcosa d’altro. Poi, ci sono tempi in cui il tema svanisce e altri in cui si ripropone.

Oggi, la situazione è ambigua. L’idea di «Infiniti Mondi» di dedicare un numero a questo problema ha avuto successo: dimostrazione che il bisogno di utopia c’è, ritorna, anche se non si può dire che sia oggi un bisogno di massa. In genere ci capita di pensare e di agire come élites illuminate, che riescono a illuminare ben poco. Ripensando a quel numero e leggendolo per intero, sento il bisogno di dar conto prima di tutto di quel mio testo, un po’ visionario, Disperate speranze. La tonalità non è nella mia consuetudine di pensiero. Ho detto più volte di essermi precocemente iscritto alla grande scuola del realismo politico moderno: con referenti teorici, tutti abbastanza demoniaci, che vanno dal Cinque/Seicento di Machiavelli e Hobbes al Novecento di Weber e Schmitt. Mi trovo bene in questa tradizione, perché mi pare di capire meglio lì il corso travagliato della storia umana. Con questo testo non esco da quell’ambito. Lo correggo, lo declino altrimenti, nella contingenza: in quanto penso che il pensiero politico deve avere contemporaneamente gli occhi sulla lunga durata dei processi e le mani sull’immediato accadere dei fenomeni. E siamo di nuovo al punto di vista. Punto di vista di parte. Scoperta operaista: che vede una società capitalistica sviluppata, polarmente divisa. Poi, con il tradizionale andamento ciclico di sviluppo e crisi, tipico del capitalismo, cambia la forma l’identità e l’intensità della polarizzazione, ma la divisione sociale permane. Motivo per cui rimane la necessità di elaborare e praticare, in condizioni mutate, un punto di vista di parte, sia per la conoscenza che per l’azione. Una volta si sarebbe detto, con parole ormai desuete, per la teoria e per la pratica. Era la lingua del movimento operaio, il soggetto storico di cui siamo figli. Una profonda frattura, politica, culturale e direi umana, si è creata oggi tra chi riconosce questa paternità e chi la dimentica, o peggio la rinnega. Nella sinistra di oggi, sento spesso evocare il bisogno, la rivendicazione, della coesione sociale. Non sento più parlare, tranne forse opportunamente che in occasione di vertenze sindacali, di conflitto sociale. Quello che non vedo più è la rappresentanza politica del conflitto sociale. Ora, nominare coesione invece che conflitto in una società divisa, significa mettersi fuori del sociale, cioè fare politica fuori della realtà. Si fa un partito a vocazione maggioritaria e si rinuncia a rappresentare gli interessi, i bisogni, le domande e, oggi, le paure, le insicurezze, la rabbia della maggioranza della popolazione. Ma con quale probabilità di successo si può chiedere così un consenso per governare? La causa della crisi della sinistra, europea e mondiale, è principalmente una: la perdita di una cultura del conflitto. Cultura politica del conflitto. La domanda: è estinta la lotta di classe? O ha solo cambiato forma? O, per questa materia, ci sono piuttosto nuovi interessi, nuovi protagonisti, nuove soggettività? Da riconoscere. Da organizzare. Ci vuole analisi. Cioè ci vuole pensiero. E ci vuole anche una sensibilità della politica di professione a cogliere i mutamenti veri. Le novità sono come le notizie. Ci sono quelle vere e quelle false.

È la contingenza che consiglia di rimettere in campo il tema Utopia. C’è un blocco della storia, o una storia bloccata. Tante accelerazioni e poi un punto di passaggio che è fermo. Un sentiero interrotto tra “l’oggi” e il “dopo”. In mezzo alle tante mutevolezze delle forme, la sostanza del presente si è eternizzata. Non c’è formula più eloquente di quella che dice: dittatura del presente. Devastante è stata per la nostra parte l’ideologia del nuovo che avanza. È stata la demonizzazione indiscriminata di tutto il passato, che inevitabilmente vedeva il futuro come il prodotto naturale di questo presente. Lo storicismo assoluto ha generato una sorta di evoluzionismo politico. Scomparso è il criterio marxiano della critica di tutto ciò che è, base e fondamento di un progetto di futuro alternativo. Oggi si prendono le distanze dal blairismo e poi dal clintonismo e comunque da quegli anni Novanta che hanno visto le sinistre egemoni politicamente e subalterne culturalmente all’irrompere del nuovo capitalismo, armato di Washington Consensus, quello sì che avanzava. Ma se non si mette in discussione, se non si rovescia quell’impianto culturale, non si esce da lì, lo si ripete come lo si sta ripetendo oggi in modi aggiornati. Preoccupante è che nemmeno la crisi del 2007/2008, che per conto suo mandava gambe all’aria la belle époque della globalizzazione neoliberalizzante ha provocato un ripensamento di fondo politico culturale. Nelle settimane passate abbiamo dovuto sopportare la chiacchiera retorica trionfalistica delle celebrazioni per il trentennale del crollo del muro di Berlino. È vero che la storia la scrivono i vincitori. Ma è mai possibile che non si riesca a mettere in campo una contronarrazione, ragionata, documentata, anche lì, sulle promesse non mantenute e sulle conseguenze drammaticamente seguite. Dell’89, e del ’91, data ben più epocale, ci viene fatta vedere la facciata della liberazione e ci viene nascosto l’interno della restaurazione. E si racconta una storia truccata. Tutta la reazione antinovecentesca, dagli anni Ottanta in poi, ha segnato un’età della Restaurazione. Con la maiuscola. Simile a quella storica, che seguì la rivoluzione francese e l’età napoleonica. O queste due cose – istanza di liberazione e pratica di restaurazione – si vedono insieme, o non si capisce che cosa è accaduto. È caduto il muro, visibile, che impediva il passaggio da est a ovest, ma, soprattutto, ripeto con il ’91 che vede il crollo dell’Unione Sovietica, si è innalzato il muro, invisibile, che impedisce il passaggio da presente a futuro, per dirla con Bloch, dal “qui e ora” al “non ancora”. Dal fallimento di un tentativo di costruzione del socialismo si è decretata la sentenza definitiva che non è possibile fuoriuscire dal capitalismo. Thatcherismo e reaganismo: non c’è alternativa. Si può accettare questa sentenza o si può contestarla? Questo il problema. Non c’è stata la fine della storia, che continua indisturbata il suo corso. C’è stata la fine della politica, e della politica moderna, che il movimento operaio aveva innalzato a grandi altezze, pensando e organizzando il conflitto tra contrapposte concezioni del mondo e della vita.
Attenzione, da qui derivano gran parte dei mali di questo triste tempo: la decadenza senza fine delle classi dirigenti, il conseguente disorientamento di popolo, la miopia del pensiero che non vede se non quello che tocca, la vanità e la fragilità di tante pur generose pratiche alternative, comprese le tante attuali mobilitazioni di massa, in tanti paesi del mondo, che non vanno a incidere mai, mai, sui veri rapporti di potere, che non spostano in nulla i rapporti di forza solidamente esistenti. È in questo doppio contesto che emerge un rinnovato bisogno di Utopia. L’Utopia è sempre o di tipo spaziale o di tipo temporale. C’è la visione dell’isola da raggiungere oppure l’immaginazione del tempo che verrà. È preoccupante d’altra parte il fatto che l’utopia ora, ma non da oggi, facilmente si converta in distopia, quando assume un inevitabile disporsi del tempo in continuità con le rivoluzioni tecnologiche in corso, sino ai confini del postumano. Bisogna allora lucidamente riportare mondo e tempo al loro significato propriamente umano: il mondo è questa forma di vita imposta dalla società capitalistica, il tempo è questo presente che io chiamo democraticamente totalitario. Il problema della fuoriuscita va piegato allora, almeno provvisoriamente, dalla parte opposta. Non c’è, come si disse, passaggio dall’utopia alla scienza. C’è da spingere in avanti, nel profondo, la critica di tutto ciò che è, per riproporre drammaticamente, come urgenza storica, il tema del superamento, che per essere veramente tale sappiamo, dobbiamo sapere, comprende anche conservazione di un certo passato. Occorre far ritornare “il sogno di una cosa”, rappresentazione della categoria dell’oltre, come un al di là da qui, una trascendenza terrena, come fuga mundi dalla prigione del presente. Allegorie religiose, da cristianesimo primitivo, che mi fanno parlare di un’Utopia oggi, forse necessariamente, teologico-politica. C’è da riconoscere, lucidamente e coraggiosamente, nell’Utopia anche una dimensione a suo modo religiosa, e del religioso cristiano, perché c’è l’aspirazione a qualcosa che qui non c’è, l’attesa della venuta di un tempo altro, c’è la domanda di redenzione dalle ingiustizie, c’è l’intravedere la meta finale di una storia della salvezza, che non ci viene concessa ma va conquistata. Disperate speranze è un titolo che mi è stato ispirato da due versi di David Maria Turoldo, che recitano: «non per sempre andrà delusa/la speranza dei disperati». Padre Turoldo, un poeta inquieto, alle prese con l’inspiegabile silenzio di Dio, quotidianamente interrogato dall’incomprensibile assenza di Dio nel dominante male degli uomini. Da sentire molto vicino, sperando da disperati, non per rassegnarsi all’oggi, ma per combattere per quello che una volta le plebi oppresse guidate dal proletariato moderno chiamavano, utopisticamente, il sol dell’avvenire.

(testo pubblicato il 25 marzo 2020 sulla rivista “InfinitiMondi” www.infinitimondi.eu)