Il popolo ritrovato, o del momento populista secondo Carlo Formenti

Marco Pisanu

La tragedia del presente ci ha condotto a disperare, e a riconoscere l’esigenza della parte, ma non ancora a riconoscere la parte. Sembra di poter dire che un punto di vista di parte, per collocarsi intelligentemente contro il proprio tempo, necessiti di tre definizioni: un nemico (cioè chi ha interesse a negare la parte), un’identità (che non è data da altro che dalle differenze che costituiscono la parte) e infine un’ulteriorità (una via di fuga che sottragga la parte alla determinatezza della sua stessa parzialità, un orizzonte di libertà). Diciamo pure che queste sono in fondo distinzioni concettuali, e va da sé che definire quale sia il nostro avversario ci aiuta immediatamente a pensare noi stessi come soggetto antagonista, e allo stesso tempo a “sentire” quella trascendenza che ci permette di giocare con le cose del mondo, che ci permette cioè di smettere di scherzare e iniziare a fare sul serio.

Una delle critiche che in varie sedi venivano mosse, a suo tempo, al libro di Carlo Formenti Utopie letali (Jaca Book, 2014) era quella dell’oggettivismo. In quel libro Formenti dedicava ampio spazio all’analisi della nuova classe globale degli sfruttati, e gli si è potuto rimproverare di avere dedotto, nell’ambito della sua ricerca, la potenzialità rivoluzionaria di questi soggetti dalle mere condizioni oggettive dello sfruttamento, accavallando la categoria di composizione politica su quella di composizione tecnica, per dirla con termini cari all’operaismo. Il discorso di Formenti era da inquadrare nell’ambito più generale di una critica, senza indugi, alla grande madre “ideologia postmoderna”, con figlioletti postoperaisti e postrutturalisti a carico. Perciò premeva all’autore, in quell’occasione, insistere sulla realtà dello sfruttamento di operai e contadini, veri, ancora drammaticamente esistenti come soggetti oppressi, in un mondo che ai nostri occhi sembrava fatto per lo più di autostrade informatiche e di cognitariato precario automaticamente in marcia verso il comunismo. Era come se per liberarsi di un certo ottimismo euforico per la globalizzazione, che aveva assuefatto più di qualcuno sulla scia di Hardt-Negri, si dovesse cadere in quello stesso errore deterministico, saltando dalla classe in sé alla classe per sé senza lotte reali che autorizzassero questo passaggio, ma almeno con una definizione sociologica di classe che vantava piedi ben piantati nel terreno.

Il punto è che proprio questo presunto oggettivismo che veniva osservato in Utopie letali sembrerebbe essere il peccato meno riscontrabile nei successivi sviluppi del lavoro di Formenti, a partire dal “best-seller” La variante populista (DeriveApprodi, 2016) fino all’ultimo Il socialismo è morto, viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista (Meltemi, 2019), che mi accingo a discutere. Non è che bisogni essere sempre d’accordo con singoli asserti di un autore per poterlo apprezzare, ma già il fatto che con Formenti, se saltiamo la Prefazione, non ci troviamo a discettare con un oracolo che “non dice né nasconde, ma indica” ma al contrario ascoltiamo un tizio che ci spiega chiaramente come va il mondo e cosa bisognerebbe fare secondo lui – già questo fatto evidentemente impone all’esperienza di chi legge un’impostazione metodologica che di per sé rende possibile un dialogo sui risultati che quello stesso metodo produce. Cioè, quella che qualcuno ha curiosamente definito la capacità “pedagogica” di Formenti non è certo coerenza scolasticheggiante, quanto piuttosto chiarezza che si traduce in critica, scambio e azione. Dunque, in che modo con quest’ultimo libro Formenti si sottrae definitivamente al non sequitur oggettivista che sembrava macchiare di idealismo retorico da “dannati della terra” la sua critica al postmoderno? e soprattutto possiamo accettare la parte che Formenti nomina?

Il quadro che emerge dalla lettura de Il socialismo è morto, viva il socialismo! è, dal punto di vista dell’analisi, un’interpretazione della crisi globale come ultimo atto di un immane processo di proletarizzazione, e della sinistra come sistema ideologico che tende a giustificare il liberalismo imperante, mentre, dal punto di vista propositivo, un confronto aperto con quella galassia di esperienze politiche contemporanee che chiamiamo impropriamente “populiste”. Un quadro dunque che ricapitola e approfondisce i risultati dei precedenti lavori, anche alla luce del ribollente evolversi delle variegate esperienze populiste mondiali, segnate impressionisticamente in un Piccolo Atlante alla fine del volume, una “cronaca in tempo reale” in continuo aggiornamento a partire da La variante populista.

Quello su cui Formenti scommette è che i populismi, in gradi diversi nella loro eterogeneità, esprimano una possibilità di rottura, nonché la forma privilegiata, sebbene assolutamente spuria, della lotta di classe nella crisi globale. Si sente parlare tanto di rottura: la rottura come momento fondamentale di ricomposizione rivoluzionaria. L’ostacolo sembrerebbe sorgere dal momento che scommettere sul populismo, forzare il populismo in senso rivoluzionario, alla maniera in cui intende l’autore, non si concilia affatto con quello che si intenderebbe normalmente con il termine “rottura”, per il fatto assolutamente banale che i populismi sono dei movimenti riformisti o addirittura reazionari. Formenti non cerca di dimostrare che rivoluzione e riforma abbiano avuto nella storia del Movimento Operaio un ruolo più solidale di quanto non si tenda a credere: il punto è piuttosto quello per cui programmi portati oggi avanti da partiti spiccatamente populisti (uno su tutti, Podemos in Spagna) hanno un carattere che alcuni decenni fa sarebbe stato definito tradizionalmente socialdemocratico, ma che oggi assume a ben vedere una valenza molto più che riformista in senso stretto. Il potenziale rivoluzionario, vero o presunto, soprattutto di certi populismi dipenderebbe proprio dal sostanziale trionfo del capitale, un trionfo che si sta realizzando in un senso così marcatamente neoliberista che Keynes ci sembra magicamente il Che sulla sua Poderosa.

La questione sui populismi di destra o di sinistra, tra i quali pure Formenti ha cura di distinguere, mi sembra importante ma non dirimente, a meno che non ci si voglia imbattere in un discorso più decisamente tattico e pragmatico. Il problema della deriva autoritaria di un movimento è irrisolvibile nella teoria, ma è decisivo nella pratica. Un esempio pratico di intervento ben riuscito in una situazione con carattere sovranista/populista verificatasi sull’onda del movimento dei Gilet Jaunes in Francia, con relativa esclusione forzosa della “minaccia fascista”, si trova sul sito di Commonware (http://commonware.org/index.php/cartografia/873-trasformare-i-gilet-gialli-in-una-scommessa-politica). Come dice l’autore in una delle sue 34 tesi fondamentali, i rischi di degenerazione autoritaria di un processo rivoluzionario «sono connaturati a qualsiasi regime e forma statale. L’unico modo per neutralizzarli è la creazione di contrappesi sociali autonomi». Vale a dire, si deve piegare il populismo in senso rivoluzionario, e tanto per cominciare questa torsione potrebbe concretizzarsi nell’organizzazione popolare autonoma, di modo che questa eserciti il controllo, esterno e conflittuale, sui rappresentanti del popolo stessi.

Un certo discorso stereotipato e pseudorivoluzionario si è negli ultimi anni concentrato soprattutto sugli aspetti molecolari del potere, individuando in qualsiasi forma di gerarchia un pericolo autoritario e fascista. Ipostatizzando all’inverosimile Foucault e la sua microfisica del potere, che pure ha la sua reale ed empirica valenza, ci si è dimenticati un po’ di cose concrete, problematizzate da Formenti ma da tempo individuate dai “rozzi” populisti, ad esempio il ruolo di un’istituzione macroscopica come l’Unione Europea nella sottrazione della Banca centrale al controllo governativo: impegnandosi troppo a criticare lo Stato repressivo e i manicomi ci si è lasciati sfuggire che il residuo potere più o meno popolare di finanziare il debito pubblico italiano passava necessariamente per le istituzioni borghesi, il che non significa altro che austerity, anche se nel contestare quest’ultima spesso si tace il ruolo che potrebbe avere una banca prestatrice di ultima istanza che ritorni o rimanga sotto il controllo della sovranità popolare.

Per Formenti, in nessun caso il populismo è immediatamente rivoluzionario. Esso costituisce un’opportunità, ma un’opportunità che occorre riconoscere al di là di pregiudizi ideologici. E il populismo, realisticamente, può valere solo come possibilità di una rivoluzione nazional-popolare, ad altro chiaramente non può servire. Ma già questo sarebbe qualcosa, in questa prospettiva così desolante. Cito Formenti: «L’accumularsi di istanze cui il sistema non riesce più a rispondere in modo differenziale fa sì che, fra tutte queste richieste inascoltate, si stabilisca una relazione di equivalenza che tende ad accomunarle. E’ appunto questa relazione a generare le condizioni per l’emergenza di un popolo, che altro non è se non l’insieme dei soggetti associati da una relazione antagonista nei confronti dell’oligarchia che concentra nelle proprie mani il potere politico, economico e mediatico. In altre parole, si potrebbe dire che è solo attraverso la relazione con un sistema di potere vissuto come nemico che si costituisce l’identità di un popolo». Non c’è oggettivismo, c’è la parte, forse. C’è il nemico attorno a cui il popolo si costituisce come parte, parrebbe. Un popolo che, da un punto di vista tecnico o dello sfruttamento, ha per Formenti tutte le carte in regola per diventare rivoluzionario. Ad attualizzare questa potenza sta la lotta, certo, ma questa lotta che tipo di lotta è? Il nemico comune e il riconoscimento di sé come parte in lotta per un’ulteriorità che “esonera” dal presente, insomma il farsi popolo di un popolo, è possibile nell’ambito del populismo contemporaneo? Questo l’interrogativo che pone l’autore. Chiaro, come si accennava sopra, che il populismo è un “momento” del processo rivoluzionario, un movimento da organizzare. Fa parte del realismo dell’autore avvertire che c’è il rischio che si esaurisca tutto in una rivoluzione democratica, nella mera conquista della sovranità nazionale senza connotazioni socialiste. Intanto, strappare il concetto di popolo al naturalismo etnico per configurarlo come unione trasversale di soggetti che hanno in comune la lotta, è un’indicazione che si può prendere in considerazione, almeno come appunto. E se la riconquista della sovranità non si evolvesse in senso rivoluzionario, ci sarebbe comunque di peggio, cioè il neoliberismo puro.

Alla base di queste prese di posizione c’è da parte di Formenti non un semplice utilizzo di categorie marxiane, ma un loro totale ripensamento. La rottura con la tradizione operaista è un dato che l’autore espone chiaramente. Un punto che l’autore rigetta con veemenza è il rifiuto aprioristico dello Stato, rappresentato come capitalista collettivo per definizione, senza cioè possibilità di un uso antagonista della macchina. Questo neoanarchismo ha funzionato, secondo la lettura dell’autore, in una fase in cui l’organizzazione statale e capitalistica era fondamentalmente verticale, cioè grosso modo nel Novecento. Ma gli stessi movimenti anti-autoritari, sui cui comunque Formenti dimostra di non generalizzare come invece fa una certa vulgata, avrebbero offerto al sistema lo stesso modello di sfruttamento che attualmente viene applicato nei settori più avanzati della produzione. Evidente è in questo senso lo spunto che i sessantottini avrebbero offerto ai modelli manageriali contemporanei, secondo una lettura proposta da Boltanski e Chiapello in Il nuovo spirito del capitalismo (Mimesis, 2014). Questo uso capitalistico delle lotte, che, nel momento in cui lo si rileva sembra paradossalmente riconfermare un assunto tipicamente operaista, e cioè che le lotte determinano lo sviluppo oggettivo – questo uso capitalistico delle lotte sarebbe comunque da inscrivere all’interno di una più generale problematizzazione dei movimenti femministi, dei cultural studies, della gender theory, le cui teorie e le cui pratiche finiscono paradossalmente per offrire il destro alle narrazioni dominanti. Per i più restii ad individuare, se non il connubio, quanto meno il perverso legame, che si crea tra professionisti delle culture libertarie della cura dei malati, dei tossicodipendenti, dei migranti e di altre figure della nuda vita e biopotere esercitato dalle istituzioni su queste stesse figure, basterebbe fare un giro nelle comunità, nelle strutture per la cura dei malati et similia. Insomma il problema sarebbe un po’ l’immanentismo, un po’ l’anarchismo, un po’ l’antistatalismo, con i rischi di autoreferenzialità demente che certo non mancano. Questioni non certo nuove, ma sicuramente sempre interessanti da ribadire e riferire. Alla fine, in sostanza, quello che Formenti propone è qualcosa per non finire a dover fare come Il bombarolo di Faber, e non si può dire che non abbia centrato il punto, almeno in qualità di semplice provocatore, anche se non mi sembra che il fine dei suoi decenni di ricerca fosse impressionare qualche anima bella col suo esprit de finesse.

I confronti che Formenti sviluppa con teorici politici che hanno avuto un qualche ruolo nel suo pensiero, dall’ultimo Tronti al controverso caso di Costanzo Preve, da Gramsci alle autrici femministe, sono arborescenze rigogliose, ma che si sviluppano sul terreno di una visione fondamentale che è comunque all’incirca quella fin qui delineata. L’interesse che posseggono questi approfondimenti riguarda soprattutto l’esigenza dell’autore di delineare un cammino. Anche Formenti ha avuto la sua Kehre. Gli sviluppi invece dei singoli temi, come l’Unione Europea, i concetti di “sovranità” e di “nazione” nella tradizione operaia, gli scenari geopolitici, che si trovano nella Seconda Sezione del libro hanno un valore più prettamente politico e impersonale, e risulta preziosa la capacità dell’autore di sintetizzare temi vasti senza perdere nulla dell’essenziale. In ogni caso, i punti fondamentali sono espressi dall’autore in forma di 34 tesi (12 di tipo scientifico o analitico e 22 più specificatamente propositive o politiche) che si trovano all’inizio di ognuna delle due Sezioni, ed è proprio in queste tesi che al lettore viene data come una scossa breve ma intensa, data l’assertorietà per niente infondata di questo insieme di critiche e proposte. Non è necessario condividere l’attenzione che si deve ai vari populismi nel mondo, visti anche i recenti sviluppi della situazione specificamente italiana, quanto meno indecifrabile, e tuttavia la radicalità di certi problemi sollevati da Formenti è evidente anche agli sguardi più ideologizzati. Non si può dunque che rimandare alla lettura del libro, delle sue 34 tesi in particolare, come dei lavori immediatamente precedenti dello stesso autore.