«Per speculum in aenigmate» su Dello spirito libero di Mario Tronti

Marcello Tarì

(traduzione italiana dello scritto pubblicato in francese in occasione dell’uscita in Francia, per l’edizione La Tempête, di Dello spirito libero https://lundi.am/L-Esprit-Libre-de-Mario-Tronti-par-Marcello-Tari)

Nonostante verso la fine di Dello spirito libero vi sia un frammento chiamato «Questo libro sono io», è difficile, una volta chiuso il volume, sottrarsi all’impressione che la figura di Mario Tronti resti comunque un enigma. Più chiaro, oggi, è invece quello che Tronti sta costruendo da anni, ovvero un mito. Questo è siglato come «il Novecento», il quale appunto non si riduce per lui a un segmento storico, ma è innanzitutto il nome di un mito della politica contro la storia e che, a suo parere, è una delle poche armi che può essere usata contro il presente. Una delle proposte trontiane maggiormente leggibile è dunque il suo appello a trasformare il passato delle rivoluzioni sconfitte in arma privilegiata della lotta contro l’attualità, cominciando dal vivere la trasformazione del tempo all’interno della propria singola esistenza:

Il nostro problema è il nostro passato. È la sua continuità che ritroviamo nelle varie forme di presente: quelle forme che scegliamo, volta a volta, come nostro presente (p. 71)

E il presente che lui sceglie è un certo Novecento, quello che si tende tra rivoluzione proletaria e rivoluzione conservatrice.

Tuttavia, dicevamo, vi è un «enigma-Tronti». Tronti, il Vate dell’operaismo e del rifiuto del lavoro; Tronti, il teorico dell’autonomia del politico e dell’uso operaio dello Stato borghese; Tronti, il senatore che vota leggi assurde; Tronti, critico della democrazia politica; Tronti, l’apocalittico che incrocia Benjamin e Schmitt; Tronti, il messianico leninista; Tronti, il «fratello del Libero Spirito»… È facile smarrirsi in questo labirinto politico-esistenziale,  non sapere a cosa guardare, a quale di questi aspetti della sua persona fare confidenza. Ma ecco, il primo avvertimento per la lettura di Dello spirito libero è quello di esercitare l’attenzione al massimo grado, di non lasciarsi distrarre dalla mondanità e accettare di abbandonarsi al gorgo che Tronti dispone frammento dopo frammento e che ci conduce al centro della sua riflessione pluridecennale.

Nietzsche, il giovane Hegel, Meister Heckart, Mann, Taubes, Warburg, La Boétie, Guardini, Tocqueville, Benjamin, Kojeve e Arjuna il guerriero, sono alcuni dei personaggi convocati in Dello spirito libero a comporre il mosaico attraverso il quale Tronti fa comparire l’immagine di che cosa significhi oggi essere un Freigeist, da lui proposto come il modo giusto di vivere contro questo mondo. La sua proposta sembra rifare il gesto di quegli eretici che all’inizio del Moderno si radunavano nei sotterranei per cospirare contro quel tempo in nome del Libero Spirito, mentre in pubblico continuavano la loro esistenza come dei normali cittadini borghesi. Tronti, per parte sua, da un lato non smette di invocare la rivoluzione come distruzione di questo mondo, dall’altro continua la sua militanza istituzionale che mira a salvare l’insalvabile patrimonio storico della sinistra. Il suo, così, sembra una sorta di marranismo comunista rinchiuso nel suo motto, «pensare all’estremo, agire con accortezza». Questo motto spiegherebbe anche  il motivo che ha portato Tronti ad essere l’iniziatore di molte avventure sovversive del secondo Novecento, per poi ritrarsene, come spaventato dalla realtà di ciò che egli stesso era stato capace di pensare. Non ultima l’ipotesi destituente, da lui intravista nelle rivolte di «nuovo tipo» che aprivano gli anni 2000, in seguito ritenuta affascinante dal pensatore dell’estremo, ma troppo rischiosa per l’agire accorto del politico. Questo è un altro elemento di interesse nella vicenda trontiana, cioè la piccola guerra civile che si gioca dentro lo stesso individuo, tra il pensatore dell’oltre, di un comunismo più forte della storia, di una critica feroce del Moderno, di una apocalissi rivoluzionaria, e il politico del realismo, sempre al di qua della linea, affascinato dai meccanismi che muovono lo Stato, dalla possibilità demoniaca di «manovrare» la storia attraverso il potere. Ma, e anche questa è storia, se i suoi scritti hanno avuto e continuano ad avere una grande influenza su diverse generazioni di sovversivi, nell’ambito della politica istituzionale la sua è stata una carriera sfortunata, la sua influenza sulla linea del Partito comunista e poi sui sempre più slavati succedanei, è stata pressoché nulla, limitandosi a essere motivo di scandalo oppure di una riverenza dovuta a uno dei pochi pensatori contemporanei italiani degni di nota. Insomma, alla fine, chi più ha apprezzato il suo modo di pensare il politico, sono da ricercare tra i sovversivi, tanto tra quelli che hanno cercato di oltrepassare la sinistra, che tra quelli che lo hanno fatto nei confronti della destra. Dovremmo allora parlare di confusione?

Attraverso i suoi scritti e la sua stessa esistenza, Tronti sembra dirci che oggi possiamo guardare il mondo e la nostra stessa vita solo avendone una percezione confusa, che ci arriva per enigmi appunto, poiché solamente l’evento della rivoluzione, il «vero stato d’eccezione», permette di incontrare il mondo e gli esseri «faccia a faccia». E di separare il comunismo dal fascismo, mentre trascende rovinosamente la democrazia politica. La rivoluzione come apocalissi, come rivelazione dunque. Prima, o fuori di essa, confusione, menzogna, doppiezza, schizofrenia, sono i segni della malattia dell’epoca che ci portiamo addosso e sulla quale bisogna vincere, portare la «grande salute». Per un rivoluzionario vincere l’epoca, vincere il proprio io, riparare il mondo, non sono compiti separati tra loro.

Ma se Tronti assume in toto la contraddittorietà della propria forma di vita, non è necessario che lo facciamo anche noi. Noi possiamo scegliere il nostro Tronti, come lui sceglie il tempo dal quale inviarci il suo appello. Noi, al maturo realista, preferiremo sempre il giovane operaista che sotto mentite spoglie fece entrare Nietzsche nell’edificio del marxismo e cominciò a devastarlo dal di dentro, sceglieremo sempre il comunista malinconico che dopo l’89 guarda al passato del movimento operaio come una gloriosa distesa di macerie e al presente come il tempo di una odiosa dittatura democratica, guarderemo sempre con amicizia alla sua attuale tensione profetico-apocalittica contro «tutto ciò che è», infine sceglieremo sempre il suo vitalismo soreliano spinto fino al nichilismo, di contro al trattenimento «realista» della violenza messianica praticato dal Tronti-uomo politico.

Dopo Dello spirito libero, Tronti ha continuato a scrivere e a praticare la politica e, a conferma della doppiezza della sua impresa, possiamo mettere uno di fronte all’altro i suoi due ultimi saggi, Il popolo perduto. Per una critica della sinistra (Nutrimenti edizioni, 2019) e Disperate speranze (Infiniti mondi, n°11, 2019). Il primo è il regno del politico realista, dello sfortunato consigliere del principe che nonostante tutto, e contro tutte le evidenze, ancora cerca di dare un senso alla sinistra, l’altro è l’abitazione dell’eresiarca, il quale offre una semplice formula per comprendere cosa lui intenda in quanto uso rivoluzionario della teologia-politica: «Nel Magnificat leggiamo: abbattere i potenti, innalzare gli umili. Ecco il teologico. Come abbattere i potenti, come innalzare gli umili. Ecco il politico.» I due recenti saggi sono come i poli di un dispositivo che crea un campo di tensione nel quale si affrontano due tipi umani, che in Tronti sono paradossalmente riuniti nella stessa persona. E che lì dentro si combattono.

In Dello spirito libero tuttavia, Tronti mostra la via di una speciale ascetica comunista che, dentro un mondo totalmente nemico, fonda nella propria singolarità una libertà da ogni dispositivo, da ogni condizionamento, anche da ogni ideologia e che quindi potenzialmente può abolire quella contraddizione. Perché, infatti, cosa pensare di questo spirito libero la cui esteriorità appare la sua stessa negazione? Nel suo ultimo breve saggio, Disperate speranze, cercando di dare qualche esempio di come procedere dentro e contro il mondo presente, in una postura dove il realismo viene piegato all’escatologia, Tronti si affida niente di meno che alla figura di Sabbatai Zevi, ovvero alla «apostasia messianica» che vive in questa intima contraddizione:  «Esteriorità nemica e interiorità amica vanno a delineare un “inattuale” criterio del politico. Attenzione, va coltivato solo come lotta». Il nemico non è mai solo quello che abbiamo di fronte, allora, ma è la nostra stessa soggettività, in quanto esteriorità. D’altra parte, l’amico non è mai solo colui che ci troviamo a fianco, è anche colui che potremmo trovarci di fronte ma che coltiva la medesima cura dell’interiorità.

Forse allora possiamo cominciare a dare una qualche risposta all’enigma-Tronti di cui abbiamo detto all’inizio, e specialmente iniziare a capire qual è la posta in gioco nella sua opera fin dall’inizio, fin da Operai e capitale, ovvero salvare il comunismo in quanto «utopia concreta antropologica», al costo di spezzare la tradizione marxista e di apparire come un «traditore», un apostata appunto. In questo senso è forse interpretabile questo passo di Dello spirito libero:

«Dire la verità è un atto rivoluzionario», affermerà un altro qualcuno, senza la maiuscola. Ma bisogna saperla dire: e non a tutti, solo a quelli che ci interessa che capiscano. Agli altri – ad esempio all’avversario di classe – nasconderla. Ci interessa che non capisca (p. 51)

Ed è in questo messaggio, rivolto «agli amici», che improvvisamente comprendiamo dove si situa il nostro divergente accordo con lui.