Austromarxismo

Mario Tronti

L’austromarxismo, oggi possiamo dirlo, non è soltanto il marxismo in Austria. Lo è stato per quel periodo, prima e dopo la prima grande guerra. Poi è diventato qualcosa d’altro: una delle opzioni possibili nella teoria marxista generale; e soprattutto una delle esperienze, o uno degli esperimenti, del movimento operaio in occidente.

A guardarlo da allora, forse era poco. A riguardarlo da ora, è molto di più. Allora si confrontava con altre esperienze, ed altri esperimenti, tutte e tutti a un certo livello di elaborazione e di realizzazione. Oggi, nella miseria teorica e pratica del tempo presente, ci appare, come una stagione di miracolose opportunità, soffusa in noi da un sentimento di nostalgia. E i protagonisti di quella stagione, pur nella diversa levatura, a volte non eccelsa, ci appaiono come dei giganti.

Era da poco sorta la Repubblica austriaca ed ecco che trovi un governo di coalizione con Karl Renner cancelliere. Otto Bauer ministro degli esteri, Schumpeter ministro delle finanze e ti dici: caspita ! Era tutto così. Non un universo tranquillo, pacifico, le lotte interne c’erano e le divisioni anche. Se Renner era la destra della socialdemocrazia e Max Adler la sinistra, Otto Bauer era il centro. Quello che adesso si chiama pluralismo era una cosa vera. E la parola d’ordine «l’unità ad ogni costo» funzionava davvero. Non si tratta di mitizzare un passato. Si sommarono certo problemi e limiti ed errori, quasi gli stessi, trovati e commessi appena ieri, da noi stessi.

La «terza via»: sembra un tema inventato dalla scarsa fantasia di recenti interlocutori. Ed è un tema storico del movimento operaio. Che cos’è l’austromarxismo se non il tentativo di delineare ed elaborare un «centro» marxista e socialista ? Né revisionismo né dogmatismo, sul terreno teorico. Né vecchia socialdemocrazia né nuovo bolscevismo, sul terreno pratico. Bandite le illusioni, non solo quelle rivoluzionarie ma anche quelle riformiste. Oltre la Bernsteindebatte e oltre la rivoluzione d’Ottobre. Si trattava di sperimentare un riformismo militante, in grado di portare Weg zur Macht e di praticare Kampf um die Macht. E tutto questo nella Cacania musiliana. Nello «Stato residuale» che seguiva alla monarchia dei «quattro popoli». Una condizione ideale, una gramsciana guerra di movimento, alla conquista di casematte strategiche.

La più strategica di queste era la Vienna rossa. Da qui all’Austria rossa non c’era la leniniana prospettiva Nevskij, ma un cammino graduale, di lotte e di conquiste. E c’era un modello di gestione del potere di fatto, in favore dell’interesse del lavoro, che non era locale, perché Vienna in Austria, anche in quella imperial-regia, non era un luogo, era il Paese. Qui la storia lunga del movimento operaio precipitava, con tutto il carico delle sue rivendicazioni almeno in parte realizzate. Ed è qui che i limiti non mancarono, per lo splendido isolamento della città-stato rispetto alla società diffusa, da cui ripartirà la controffensiva capitalista. L’idea buona della Gegengesellschaft non funzionò. Ed è facile dire oggi che non poteva funzionare, visto il contesto nazionale e internazionale, caratterizzato dalla sconfitta della rivoluzione in occidente. Ma il progetto di educazione al socialismo, il programma di formazione delle élites, e dunque quel tentativo di riformismo rivoluzionario, hanno una unicità e una originalità, che andrebbero rivalutate, a beneficio delle nostre ben più arretrate condizioni.

Si può dire che gli austromarxisti, se si può generalizzare con questa formula, furono forti nell’analisi e deboli nell’azione. Mancò un Lenin ? Mancò un partito di massa tipo socialdemocrazia tedesca ? Furono troppo, o troppo poco, menscevichi ? Era applicabile, o era impossibile, la teoria dell’equilibrio delle forze ? Già queste domande ci fanno rimpiangere l’altezza di problemi perduti.

Quando nel febbraio del 1934, gli operai viennesi, perduta la via al potere, scelgono la via dell’insurrezione, per difendere dall’attacco dell’esercito la roccaforte rossa del Karl Marx Hof, preannunciano l’età delle gloriose sconfitte. Siamo tutti figli di quelle cose lì. Con chi non sente dietro di sé questa storia, non vale nemmeno la pena di parlare. In quanto appartenente, da sempre, alla «corrente calda» del marxismo, fino a qualche anno fa, avrei marcato la distanza dall’orizzonte di ciò che si chiama austromarxismo, e avrei espresso tutte le mie critiche fraterne. Quel riformismo, sia pure con il programma del socialismo, non mi bastava. Ce ne fosse adesso da qualche parte, con quella forza capace di imporlo ! Oggi mi pare di intravedere intorno a quel tentativo almeno le tracce di quella «debole forza messianica», di cui ha parlato Benjamin. È più che sufficiente per ripensarla con simpatia.  

(Tratto da “L’ Austria nell’Europa degli anni Trenta. Filosofia, politica, economia e società tra le due guerre mondiali”, a cura di Francesco Saverio Festa, Erich Fröschl, Tommaso La Rocca. Castelvecchi Editore)