Strappare nuovamente il possibile all’oblio (L’operaismo politico italiano di Gigi Roggero)

Andrea Cerutti

25 giugno 2019

L’operaismo politico italiano, appena uscito per la collana Input di DeriveApprodi, è composto dalla trascrizione di sei lezioni sull’operaismo dalle origini sino alle diramazioni più recenti – una, interamente dedicata alla figura di Romano Alquati, tenuta da Guido Borio, le altre da Gigi Roggero – e termina con un’utile intervista riepilogativa dell’autore curata da Davide Gallo Lassere.

Le lezioni sono rivolte a giovani militanti politici. Lo stile è quindi diretto senza fronzoli, fedele allo “stile operaista” e, sin dalle prime pagine, traspare l’intento – in linea con l’indicazione di Walter Benjamin – “di strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo che è sul punto di soggiogarla”; il conformismo dei vincitori che vogliono relegare il passato dei vinti all’eterno oblio o alla neutralizzazione accademica affinché smetta di disturbare il racconto delle magnifiche sorti e progressive.

Questo passato è l’operaismo, ovvero l’ultimo ed estremo tentativo di cui si ha notizia di usare il pensiero di Marx secondo una prospettiva pratico-rivoluzionaria e non come sistema teorico atto ad interpretare il funzionamento del sistema capitalistico.

Si parte opportunamente dalle genealogie dell’operaismo: Danilo Montaldi, Galvano Della Volpe, il gruppo francese di «Socialisme ou barbarie». Con una giusta avvertenza: «quello che … ci interessa evidenziare è il carattere di transizionedegli anni Cinquanta. Attenzione, però: solo ex post possiamo attribuire un carattere storicistico e teleologico al termine transizione. Ex ante, nel vivo di quella fase, con lenti normali avremmo visto smarrimento, caoticità, rassegnazione … la transizione non ci viene consegnata dalla Storia; la transizione viene conquistata da un agire contro la Storia» (pp. 19-20). Roggero vuole dirci che lo stesso smarrimento, la medesima rassegnazione in cui siamo immersi può essere ribaltata, «è proprio nelle fasi in cui sembra non accadere nulla che va agita la capacità di anticipazione e giocata la scommessa rivoluzionaria. Perché quando le cose accadono, si è già in ritardo» (p. 22). Questo è un primo insegnamento utile che ci proviene da quel passato la cui trasmissione l’attivismo teorico-pratico di Roggero e del suo gruppo vorrebbe sottrarre al nemico.

È giusto partire dal 1956. Un anno chiave anche per il futuro operaismo: è infatti l’anno del XX Congresso del PCUS che segna la liquidazione di Stalin ed è l’anno dell’insurrezione ungherese repressa nel sangue dai sovietici. Da qui, in Italia, giovani forze intellettuali iniziano un percorso autonomo che li porterà in breve tempo lontano dalla già stanca e inerte tradizione storicistica del comunismo italiano.

Tanto per avere un’idea di quale scarsa attrattiva potesse esercitare il Pci su queste nuove leve di militanti, sul finire dello stesso fatidico anno 1956, in occasione del suo ottavo congresso, il partito di Togliatti – come ricordava sarcasticamente circa dieci anni dopo l’operaista Rita di Leo – «riscoprì in biblioteca la parola socialismo e la … promise agli iscritti e al paese come una specie di premio, dopo la conquista graduale e democratica di una serie dì riforme … si definì tale prospettiva “via italiana al socialismo” … La risposta operaia ad essa fu il rifiuto del PCI. A migliaia i quadri se ne andarono, sostituiti solo parzialmente da bottegai, contadini, artigiani. Il partito si offriva ormai apertamente come il difensore della piccola gente contro l’egoismo dei potenti» (Rita di Leo, “Operai e PCI. Storia di un rapporto difficile”, Classe operaia, n. 3/1965).

Dunque, da un lato, gli eventi del 1956 che inducono a riflettere sul probabile fallimento dell’esperimento rivoluzionario sovietico, dall’altro, in Italia, le politiche del partito “della piccola gente”: il quadro è drammatico, ma, al contempo, per chi voleva vedere, si aprivano prospettive nuove. «Il ’56 fu una data strategica» ci dice Tronti, «la statua di Stalin rotolò sulle nostre teste, e nelle nostre teste nulla fu più come prima. Le magnifiche sorti e progressive erano finite, il comunismo non ci attendeva più dal futuro» (Tronti, “Fuori norma. Lo stile ‘operaista’”, intervista rilasciata a Dominijanni, Il Manifesto 12.11.2006).

Su questi fatti si innesta positivamente un importante processo di sviluppo del capitalismo in Italia: sono infatti anche gli anni della Fiat, della grande fabbrica taylorista, della produzione seriale centrata su lavoratori che svolgono operazioni semplici mentre quelle complesse vengono affidate alle macchine. La figura centrale di questa organizzazione produttiva è l’operaio alla catena di montaggio, la cui alienazione raggiunge il suo livello massimo: «le competenze operaie vengono … espropriate e macchinizzate, l’artigianalità progressivamente distrutta, l’orgoglio del lavoro mangiato dalla sua ripetitività alienante. Il sogno di Taylor è, un giorno, di poter mettere delle scimmie alla catena di montaggio» (pp. 14-15).

Mentre i sovietici sparavano sugli operai ungheresi e il Pci si baloccava con la “via italiana al socialismo”, «l’operaismo mise a fuoco un’immagine, accese una lampada in un interno di fabbrica: e fotografò» (Tronti, Noi operaisti).

Nel ’61 nascono i Quaderni rossi attorno alla figura di Raniero Panzieri. Lì convergono filoni diversi, però accomunati dal voler mettere al centro la fabbrica – più precisamente «la città-fabbrica Torino» – come luogo privilegiato di analisi della società capitalistica. 

Tra le varie anime dentro Quaderni rossi, se il punto di partenza è il medesimo, la fabbrica, le prospettive divergono. Non soltanto tra i sociologi torinesi e i “politici” romani di Tronti, ma anche tra gli stessi sociologi. Tra questi, soprattutto Romano Alquati: eccentrico e visionario nel senso della capacità di anticipare le tendenze. Il libro si sofferma giustamente sulla sua figura e sul ruolo chiave che svolse nella storia di cui stiamo parlando (si veda in particolare il capitolo 5 di Guido Borio, significativamente intitolato «Un cane in chiesa: Romano Alquati»). Di lui Tronti ha detto: «Romano Alquati era il disordine intellettuale che si fa genio. Vedeva meno quello che c’era. E più quello che stava per esserci. Ci raccontava che quando, ormai in età matura, ebbe la possibilità di comprarsi degli occhiali da vista, solo allora si accorse per la prima volta che i prati erano verdi. Inventava e così indovinava. Era, diceva di essere, sempre un passo più avanti. Ma i comportamenti di lotta delle giovani leve operaie entrate in FIAT, ce li fece conoscere lui» (Tronti, Noi operaisti).

La scommessa di Alquati sulle giovani leve operaie è al centro dell’operaismo. Sin dal primo numero di Quaderni rossi, Alquati – attraverso la “conricerca” – rilevava la presenza di «una nuova figura operaia, ovvero nuovi comportamenti e una nuova soggettività, potenzialmente in rottura con la fabbrica taylorista, e in rottura al contempo con le istituzioni tradizionali del Movimento operaio» (p. 31). Questa scommessa escludeva la linea “moderata” dei Quaderni rossi; quella che, con Panzieri, auspicava una ripresa delle lotte in termini tradizionali seppur guidate da sindacati muniti di una rinnovata capacità di analisi.

Alquati, e altri con lui, scommettono su queste forze nuove non perché la vecchia figura dell’operaio di mestiere, convinto di poter far funzionare la fabbrica meglio dei padroni, fosse, come d’incanto, scomparsa, ma perché quest’altro, il giovane operaio venuto dal Sud apparentemente passivo e opportunista, estraneo alle organizzazioni del movimento operaio, ostile alla disciplina di fabbrica, rappresentava una potenziale arma distruttiva puntata al cuore del capitale. Si trattava appunto di armarla: «ecco la scommessa: … rovesciare l’estraneità in irrapresentabilità, l’opportunismo in parzialità, la passività in rifiuto» (p. 50). 

Quello che “stava per esserci” accadde, la scommessa teorica sembrava vinta. Nel luglio ’62 gli operai assaltano la sede torinese della Uil in Piazza Statuto, colpevole di avere firmato un accordo “bidone” con la Fiat. Gli scontri proseguono per tre giorni. «Il grande sciopero della Fiat nel luglio ’62 – il primo dal 1953, al quale partecipasse la quasi totalità degli operai del complesso – con gli inconsueti caratteri di mobilitazione di massa che esso aveva assunto, rafforzò il convincimento che occorresse distinguere a fondo tra classe operaia e sue organizzazioni politiche e sindacali, valorizzando al massimo il fattore di spontaneità della classe» (Asor Rosa, Storia d’Italia. Dall’unità a oggi, Vol. 4, tomo II).

L’evento decide le sorti del nascente operaismo. Cacciari, con tono ironico ma non troppo, così lo ricorda: «Torino è piazza Statuto, perché lì c’è stata la prima rottura, lì si è verificato il kairòs, il “momento” nietzschiano … Il grande meriggio dell’illuminazione …» (Cacciari, “Intervista”, in L’operaismo degli anni Sessanta).

Piazza Statuto allarga la distanza, presente sin dall’inizio, tra le due anime di Quaderni rossi. Dalla scissione nasce, nel 1964, Classe operaia, dall’analisi sociologica della classe si alza il livello, si passa al politico, all’intervento diretto nelle lotte, al “partito in fabbrica”. Almeno questa è l’intenzione. Dunque se l’operaismo è una teoria politica è corretto sostenere che la sua nascita coincida con quella di Classe operaia e che – come sottolinea Roggero citando Steve Wright (L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo) – l’esperienza di Quaderni rossi possa considerarsi «il periodo di incubazione dell’operaismo» (p. 40).

Così scrive Tronti sul primo numero di Classe operaia: «Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia. A livello di capitale socialmente sviluppato, lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte operaie, viene dopo di esse e a esse deve far corrispondere il meccanismo politico della propria riproduzione» (Tronti, “Lenin in Inghilterra”, Classe operaia, n. 1/1964, in Operai e capitale). Si rovescia la sequenza: all’inizio non c’è più il capitale con le sue macchine che assume i lavoratori, i quali, solo in un secondo momento, tramite l’azione del partito e del sindacato, diverranno classe operaia. Ora invece c’è la classe soggetto politico antagonista e poi tutto il resto.

Questa è la tesi fondante dell’operaismo, disinteressata alle verità oggettive e universali, che sono poi sempre le verità della classe dominante, interessata invece ad armare politicamente la nuova classe operaia.

Quali sono le ragioni del “gesto operaista”? Ricordiamoci da dove siamo partiti: un senso di disfatta, sconcerto e smarrimento del movimento operaio. La risposta operaista – e, in particolare, di Tronti, che diede sistemazione teorica a questo magma ribollente di analisi e intuizioni – doveva imporre «un sistema chiuso, coerente, costrittivo, assertorio», spezzare «gli indugi dell’empiria», ridare «cittadinanza ai visionari» (Sergio Bologna per i 40 anni di “Operai e capitale”, Il Manifesto, 12.11.2006) ed ancora: «tutto in Tronti, dal gesto del rovesciamento fino alla sua stupefacente prosa, puntava alla costruzione di un nuovo immaginario operaio capace di scrollarsi di dosso l’aria di sconfitta che imbracava il movimento operaio. Per questo non si capisce la novità di quel gesto operaista se lo si legge con strumenti tradizionali, perché il suo obiettivo non è euristico, non è l’elaborazione di un’analisi empirica più vicina ai fatti. Esso mira invece alla costruzione di una macchina interpretativa capace di produrre nuovi fatti, nuove azioni» (Tomba, “Tronti e le contraddizioni dell’operaismo”, Erre, n. 22/2007). Ecco una chiave di lettura: l’operaismo non cerca di far capire le cose, è più ambizioso, vuole spostarle.

Tornando al testo di Roggero, correttamente viene messa al centro della vicenda il concetto di “composizione di classe”; questo infatti costituisce il cuore della proposta teorico-politica dell’operaismo di Classe operaia.

Dunque, cosa significa composizione di classe? Composizione di classe è innanzitutto un’idea politica, non è il frutto di un’analisi empirica: si prende la struttura della forza lavoro nella grande fabbrica e la si esamina, non secondo presunti criteri oggettivi, bensì dal punto di vista della classe soggetto politico (e così pure la passività operaia diventa una forma di lotta); da questa analisi “tendenziosa” derivano i comportamenti politici della classe. Nulla di più lontano dal metodo del marxismo classico che vede il passaggio da forza lavoro a classe, cioè a soggetto politico, come salto di coscienza e organizzazione; secondo la teoria operaista, invece, i comportamenti politici, l’organizzazione della classe si devono ritenere già iscritti nella struttura della forza lavoro. 

Non c’è quindi mai un livello di coscienza definitivamente raggiunto e consolidato nell’organizzazione. Qui invece l’organizzazione politica della classe vuole aderire alla struttura dinamica della forza lavoro. Dunque, la teoria operaista come un «calco», come «l’impronta rovesciata del fordismo»: l’operaio massa si formava dentro la struttura del fordismo, senza quella struttura non sarebbe esistito, era tutto dentro quel sistema, dentro la casa del capitalismo, le cui mura, negli auspici degli operaisti, sarebbero dovute diventare «le sbarre della sua prigione» (Bologna, Knowledge workers. Dall’operaio massa al freelance). 

Roggero fa bene a sottolineare il fatto che la composizione di classe sia solcata dal conflitto essendo sempre in bilico tra autonomia e sussunzione, perché, come ci ha spiegato Tronti, «la medesima forza produttiva si può contare veramente due volte: una volta come forza che produce capitale, un’altra volta come forza che si rifiuta di produrlo; una volta dentro il capitale, un’altra volta contro il capitale» (Tronti, “Marx, forza-lavoro, classe operaia”, in Operai e capitale). Tuttavia, non vi è dubbio che nell’operaismo di Classe operaia vi fosse una sorta di funzionalità diretta tra composizione tecnica e composizione politica (il “calco” di cui parla Sergio Bologna). Il processo di composizione si muove tutto sul piano di immanenza della fabbrica: da una situazione materiale determinata si passa alla costruzione della soggettività operaia, che, a sua volta, determina una nuova situazione materiale e così via. Si può dire che l’idea della composizione di classe finisca per negare la dimensione trascendente del politico e, quindi, la sua autonomia.

Progressivamente, nel corso della vicenda di Classe operaia, Tronti inizia a rivedere criticamente le originarie posizioni, concentrando la sua attenzione sulla questione dell’organizzazione e privilegiando quindi il concetto di autonomia dell’elemento politico nel tentativo di dare uno sbocco “esterno” alle lotte interne alla fabbrica: se la classe deve essere autonoma dal capitale, il partito deve farsi autonomo dalla classe. Non è come sembrerebbe una svolta moderata dal punto di vista teorico, anzi: se la classe è “dentro e contro”, cioè «al tempo stesso dinamica immanente di sviluppo e potenza trascendente di annientamento» (Milanesi, “Oltre la miseria del presente”, in Commonware, 1.2.2017), Tronti vuole autonomizzare quest’ultima dimensione per interrompere la prima. Il punto, la questione decisiva è «la separazione della classe operaia da se stessa, dal lavoro, e quindi dal capitale. È la separazione della forza politica dalla categoria economica» (Tronti, “Marx, forza-lavoro, classe operaia”, in Operai e capitale).

È su questo punto che si apre una spaccatura all’interno di Classe operaia. I due indirizzi teorici si può dire che siano accomunati da una medesima finalità: sconfiggere la capacità di assorbimento delle lotte operaie da parte del capitale. Da un lato, abbiamo visto, per Tronti, la soluzione è l’autonomia del politico, dall’altro, per Negri, attraverso la lotta «l’autonomia di classe si separa non solo dai movimenti del capitale, ma anche dall’articolazione oggettiva della forza lavoro. Ricomponendosi, quindi, la classe diventa autonoma e tendenzialmente in grado di disarticolare la composizione tecnica» (p. 57). È suggestiva a questo proposito la bella formula di Toni Negri: «l’organizzazione è la spontaneità che riflette su se stessa» (Negri, “Lenin e i soviet nella rivoluzione”, Classe operaia, n. 1/1965); attraverso l’“organizzazione invisibile” «gli operai comunicano, preparano le lotte, ne scandiscono i tempi, bloccano la fabbrica» (p. 52).

Questa frattura interna, mai ricomposta, credo si possa spiegare anche alla luce di una differente visione antropologica: chi prospetta come soluzione l’“organizzazione invisibile” dell’operaio massa crede necessariamente anche al suo carattere immediatamente politico; per Tronti invece il partito deve essere chiamato a correggere il carattere tendenzialmente rivendicazionista ed economicista dell’operaio di fabbrica.

Resta il fatto che «l’organizzazione è il buco nero di tutte le esperienze operaiste» (p. 67). Ma è altrettanto vero, aggiungiamo noi, che senza organizzazione non si può dare decisione sullo stato d’eccezione. Se, da un lato, il rifiuto operaio poteva determinare lo stato d’eccezione, dall’altro, restava il “buco nero” sul soggetto organizzato della classe in grado di decidere a proprio favore su questo stato d’eccezione. Per ragionare sul punto, può tornare utile un episodio significativo della storia delle lotte operaie riportato da Vittorio Foa nel suo “La Gerusalemme rimandata”: «Are you ready? Gentlemen, are you ready?» chiedeva Lloyd George, il primo ministro inglese, ai capi del sindacato nel 1919, all’indomani dei grandi movimenti operai che paralizzarono il Regno Unito. «Voi avete vinto» disse il capo di governo inglese «noi non abbiamo nessuna forza, nei campi militari abbiamo gli ammutinamenti, la polizia è completamente insicura, gli industriali sono presi dalla paura, se voi fate lo sciopero avete vinto. Siete pronti? Signori siete pronti?». «In quel momento – dichiarò poi il capo dei minatori – capimmo di aver perduto». Dunque, la storia ci dice che se non sei in grado di decidere per dare forma ad un nuovo ordine potrai anche aver ribaltato il mondo ma finirai per perdere tutto; in positivo la rivoluzione del ’17 conferma la regola.

Un’osservazione a nostro avviso non marginale, che nel libro peraltro non ha trovato spazio, forse in grado di spiegare il declino dell’operaismo politico degli anni ’60 così come i tentativi infausti del postoperaismo di farsene legittimo ed unico erede, è la seguente. La forza teorica d’impatto dell’operaismo era data da una netta dualità, operai contro capitale, concentrati in un luogo preciso, la fabbrica. Come ci ha ricordato Sergio Bologna, le mura della casa del capitalismo avrebbero dovuto diventare, sotto la pressione operaia, «le sbarre della sua prigione». «La grande fabbrica è il contrario dei non-luoghi, che oggi configurano la consistenza, o meglio l’inconsistenza, del post-moderno. La grande fabbrica è il classico del moderno. La concentrazione dei lavoratori nel luogo di lavoro determinava le masse, senza fare massa» (Tronti, Noi operaisti), non a caso «per abbattere la minaccia della centralità operaia il capitalismo ha dovuto abbattere la centralità dell’industria» (Tronti, Cari compagni, in Operaviva, 31.12.2016). La fabbrica, la grande fabbrica era quindi una condizione materiale dell’operaismo. Anche quella che si è definita l’“organizzazione invisibile” della classe – se si riflette bene – era concepibile soltanto dentro la grande fabbrica dove la linea di montaggio era anche la linea dell’organizzazione. E, forse anche per questa ragione, nessuno dopo la classe operaia della grande industria è riuscito ad esprimere la medesima “inimicizia” contro il capitale, né l’operaio sociale, né la moltitudine.

L’ultimo numero di Classe operaia esce nel 1967. Seguono il tentativo senza esito di Tronti di fare del Pci un partito di classe all’altezza dei tempi e l’altrettanto vano tentativo di Negri di ritrovare, col declino della centralità politica della classe operaia, un nuovo soggetto, l’“operaio sociale” in grado di far ripartire le lotte. «Dopo la fine dell’operaismo in senso stretto, vi sono … esperienze che tentano, in un contesto mutato, una continuità del metodo e una discontinuità del suo sviluppo. I risultati sono alterni … La spontaneità organizzata delle lotte operaie degli anni Sessanta non è diventata la spontaneità organizzata dell’operaio sociale, non ha cioè trovato un passaggio di organizzazione adeguato. Quella figura ha continuato a essere sociale ma ha cessato di essere operaio, alla supposta oggettività della composizione tecnica non si è contrapposta la soggettività della ricomposizione politica» (pp. 74-75).

Con una differenza tra le due alternative entrambe perdenti. Chi ha scelto la prima ha riconosciuto la sconfitta politica dell’operaismo e della successiva e conseguente scelta del partito, chi ha optato per la seconda sembra invece convinto di passare da vittoria in vittoria e tanto peggio per le repliche dei fatti. 

Non solo. Appare inspiegabile che chi abbia vissuto l’esperienza operaista – dunque, un’esperienza teorico-politica rivoluzionaria fortemente antideologica – non abbia avuto (e non abbia tuttora) ben chiaro che se ci si pone realisticamente degli obiettivi politici di effettiva trasformazione, secondo le regole che caratterizzano la politica di massa, dovrà necessariamente poter contare su rilevanti capacità organizzative in grado di orientare processi e mutare rapporti di forza. In caso contrario, diventa inevitabile la condanna all’eterno minoritarismo, come è confermato dal destino dei gruppi ideologici e delle esperienze che hanno costellato la vicenda del postoperaismo.

Nel capitolo finale del volume non vengono risparmiate critiche al postoperaismo, al principe ereditario che non divenne mai re. Per Roggero il vizio di fondo delle teorie postoperaiste è quello di confondere innovazione e trasformazione senza considerare che «la controrivoluzione capitalistica è la trasformazione della rivoluzione in innovazione» (p. 101). «Si dice che la cooperazione sociale è centrale nelle nuove forme di produzione, senza chiedersi cosa sia questa cooperazione sociale, come si comporti, come si soggettivizzi, per quali fini agisca. E siccome è centrale, assume immediatamente centralità politica» (p. 106). Ma come è possibile che senza conflitto vi sia centralità politica? E ancora: pensare che ogni innovazione capitalistica porti con sé nuove e più intense contraddizioni non rappresenta forse una ricaduta nell’odiato storicismo?

Per le teorie postoperaiste il centro dell’analisi è il concetto di general intellectripreso dai Grundrisse di Marx. In sintesi: superata la fase industriale, il sistema produttivo capitalistico evolve oggettivamente verso un sistema di macchine intelligenti nel quale è incorporato il sapere sociale generale, con conseguente marginalizzazione del lavoro parcellizzato. Tuttavia, mentre per Marx il general intellect è capitale fisso incorporato nel sistema automatico delle macchine, per i postoperaisti il sapere astratto, principale risorsa produttiva, sarebbe già tutto nella cooperazione produttiva della forza lavoro, dell’operaio sociale, della moltitudine. «Il capitale – come più volte ribadisce Negri negli anni Novanta – diviene così un semplice involucro parassitario rispetto a una cooperazione già libera e autonoma», aggiunge Roggero: «come se la libertà e l’autonomia fossero date dallo sviluppo del capitale e non invece dallo sviluppo del conflitto, dal lavoro e non dalla lotta contro il lavoro … Come se la composizione tecnica tornasse a essere immediatamente traducibile in composizione politica» (p. 106).

È certamente da valorizzare il tentativo di confrontarsi con i mutamenti della struttura produttiva e della composizione della forza lavoro senza nostalgismi. Tuttavia, è perlomeno discutibile la tesi secondo la quale la capacità di cooperare e comunicare sarebbe tutta dentro la moltitudine, quando invece ai nostri occhi sembrerebbe che questa capacità sia completamente assorbita dalla produzione capitalista e dalle sue ideologie (basti pensare ai tratti servili che caratterizzano la cosiddetta creative class, ovvero la fazione più appariscente dell’“intellettualità di massa”).

In realtà, anche nell’operaismo politico degli anni sessanta era già presente (anche se in modo meno evidente) il discorso sul general intellect, tramite i Grundrisse, lì però, se abbiamo capito bene, lo si intendeva come il cervello collettivo antagonista della classe operaia che si formava attraverso le lotte in opposizione al cervello collettivo del capitale. Così posta, la questione assume un aspetto differente che non riduce il capitale a mero “involucro parassitario”. Anzi, quando Tronti, anche recentemente, parla di “intelligenza di sistema” definisce appunto il general intellect incarnato nel sistema capitalistico, un sistema che non ha bisogno di “grandi” decisioni perché opera automaticamente e razionalmente per i propri fini, sopprimendo, ad esempio, le fabbriche per sconfiggere il proprio nemico di classe.

Per finire, riproponiamo una tesi contenuta nel libro che ci sentiamo di condividere parola per parola: «Una critica radicale della democrazia, ecco un impegno urgente, perché la democrazia è interamente il campo del nemico. La democrazia è un’infernale macchina di depoliticizzazione: è la vera anti-politica, o meglio la forma politica dell’anti-politica … il contrario di democrazia non è oppressione, ma libertà. A chi oggi ci ripete che dobbiamo arretrare su posizioni frontiste perché c’è un pericolo fascista, noi dobbiamo rispondere che il pericolo centrale è già pienamente dispiegato e si chiama democrazia» (pp. 120-121).

Si è detto che la soppressione del capitalismo a centralità industriale ha contribuito a sconfiggere la rivolta operaia. Però, d’accordo con Roggero, crediamo che l’ideologia dell’universalismo democratico sia stata altrettanto letale (e tra le due cose crediamo vi sia pure una connessione). L’ideologia democratica lavora contro il conflitto, contro la differenza e a favore delle apparenti differenze, neutralizza il rapporto amico-nemico e, quindi, in ultima istanza l’elemento “politico” che su quel rapporto si fonda. «E la democrazia ha una dimensione fortemente quantitativa. In questo la democrazia è molto vicina all’economia. Economia e democrazia hanno in comune questa dimensione quantitativa della vita … la democrazia … è veramente organica al capitalismo … non è l’individuo l’elemento centrale della società capitalistica ma proprio la massa, la massificazione, l’individuo massificato. Che quantitativamente produce, quantitativamente consuma, quantitativamente scambia. La cifra del capitalismo è la quantità. C’è un rapporto molto stretto allora tra democrazia e capitalismo, forse la forma del capitalismo democratico ne è la forma matura e conclusiva» (Tronti, “Per la critica della democrazia politica”, Commonware, 4.7.2014).

Visto a posteriori probabilmente questa istanza negativa, antiuniversalista è il vero lascito dell’operaismo.