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Noi siamo questi

Redazione 

Azione parallela, ovvero praticare il possibile pensando l’impossibile. 

Pensare per l’azione significa fare politica, ma prima ancora bisogna sapere contro chi pensare e agire perché in politica ciò che conta è l’esatta individuazione del nemico. Per noi il nemico è la forma di vita che domina incontrastata il mondo. 

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Recensione a Workers and Capital (tradotto da David Broder, Verso Books, London 2019)

Matteo Mandarini

Sono rari i testi marxisti del dopoguerra che possono vantare di aver creato, non solo un nuovo orientamento teorico, ma altresì un nuovo filone di militanza politica tuttora vitale nell’area della “sinistra radicale”. Se Leggere il Capitale di Louis Althusser (e altri) costituisce un tipico esempio del primo caso, ogni tentativo di ricavarne una forma di pratica politica – senza arrivare neppure a parlare di militanza – è destinato a fallire. Si potrebbe accennare alla Teologia della Liberazione, al marxismo “black” o a quello di stampo femminista come a nuove correnti marxiste teoriche e al contempo di militanza in grado di unire innovazione teorica nell’ambito di una precisa tradizione di pensiero e pratica marxista, ma resterebbe arduo individuare un unico testo fondamentale riconosciuto come tale da coloro che si rifanno a quelle correnti. Probabilmente l’unica opera che risponde a questi requisiti è Operai e capitale di Mario Tronti. Esso raccoglie suoi scritti composti in un decennio che va dal 1962 al 1971. L’idea centrale dell’operaismo (spesso, nel mondo anglofono, erroneamente confuso con l’“autonomismo”) si riassume in tre proposizioni contenute in “Lenin in Inghilterra”: “Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia”. In altri termini, invece di concentrarsi sul punto in cui il capitale è più debole, si deve concentrare lo sguardo laddove la classe operaia è più forte. Quindi, non è il lavoratore, non sono le categorie di manodopera o di forza-lavoro, bensì è la classe operaia – il vero referente del termine forza-lavoro – con i suoi movimenti interni a ricoprire un ruolo decisivo.

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Fabbrica (pubblicato sul n. 651/652 di Casabella 1997) – with english version

Mario Tronti

Tutte le etimologie dicono: fabrica, faber. Il luogo, lo spazio, il corpo di fabbrica. Però luogo vivo, spazio animato, corpo più che abitato vissuto, luogo di lavoro, dove faber è “celui qui sait faire”. Fabbrica si dice soprattutto quando si parla di operai e del loro lavoro, manifattura quando si parla di prodotti del commercio. Manifattura e fabbrica, con Marx, tra Sette e Ottocento. Il Novecento le supera con la geniale unificazione di taylorismo e fordismo. Superata anche l’altra differenziazione: tra fabbrica, dove vengono elaborate materie prime e officina, dove si parte dai prodotti già elaborati. Il ciclo di produzione si fa integrale, il lavoro dell’uomo va in frantumi, ma la lavorazione dei prodotti diventa intera.

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Origini ed eredità dell’operaismo (intervista a Mario Tronti)

Giulia Dettori

Mario Tronti è un filosofo e politico italiano, fondatore, insieme a Raniero Panzieri, dell’operaismo, corrente eterodossa del marxismo teorico in Italia attraverso cui, negli anni Sessanta, sulla scia degli eventi generati dal 1956, intraprende una ricerca teorica che mira a creare un rapporto diretto tra intellettuali e classe operaia, senza la mediazione dei partiti.

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Mario Tronti. La politica al tramonto (Una lezione di Giuseppe Trotta del 2000)

Giuseppe Trotta

Premessa

Dico subito che è difficile presentare un’opera come questa, non solo per la complessità dei temi che tratta, ma per lo stile stesso del pensiero. Mi è capitato altre volte di dire che ci sono dei libri che si leggono e dei libri che si ascoltano. Questo è un libro che si ascolta. E ci troviamo dinanzi ad una scelta a suo modo radicale: o c’è una empatia con  un percorso di pensiero o si rischia di ridurlo drasticamente, di argomentarlo senza capirlo, di spiegarlo senza comprenderlo. E’ il rischio, ovviamente, che mi assumo io stesso […].

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L’età della moneta, ovvero del dominio dell’informe

Andrea Cerutti

Rita Di Leo, per chi non lo sapesse, ha a che fare con il pensiero di Mario Tronti  ̶ legata soprattutto alla fase «operaista» e a quella dell’«autonomia del politico», meno ai temi teologico-politici che caratterizzano l’attuale fase dell’avventuroso percorso teorico trontiano. È una sovietologa, una disciplina purtroppo caduta in disuso, ed è soprattutto una rigorosa teorica della politica. In breve, sia per le esperienze intellettuali che per i temi che ama affrontare, è il contrario di un’opinionista alla moda. Non a caso nel suo L’età della moneta, pubblicato nel 2018 da il Mulino, non si occupa di idee o di teorie, ma, in linea con la metodologia trontiana, si impegna in un corpo a corpo con i fenomeni storici. Anzi, con il «fenomeno storico», ovvero «l’età della moneta, il nostro tempo presente con i suoi uomini, quelli che sono prevalsi su quelli della spada, su quelli del lavoro e su quelli dei libri». Qui, dunque, non si parla di populismo o di liberaldemocrazie sotto attacco. Temi buoni per una serata dalla Gruber, sui quali ognuno può sempre dire la sua così come capita, tanto nessuno gliene chiederà mai conto.

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«Non gli operai di Manchester, ma quelli di Detroit» Johnson-Forest Tendency, Socialisme ou Barbarie e l’operaismo italiano

Matteo Montaguti

Introduzione. Fili rossi

L’operaismo italiano degli anni Sessanta, analogamente all’esperienza americana della Johnson-Forest Tendency (JFT) e di quella francese di Socialisme ou barbarie (SoB), nasce come un tentativo di risposta politica – sul piano della produzione teorico-pratica – alla crisi e alla stagnazione del movimento operaio degli anni Cinquanta, contrassegnato da un sostanziale scollamento rispetto agli operai e ai conflitti di fabbrica proprio in un momento di cruciale e accelerata trasformazione del capitalismo industriale e della classe stessa. La visione e le analisi delle organizzazioni “ufficiali” restavano infatti ancorate a una rappresentazione statica dello sviluppo capitalistico del Paese e a modelli ormai inadeguati per comprendere una composizione di classe in veloce mutamento (e movimento).

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Dobbiamo rinunciare alla sovranità?

Franco Milanesi

Da circa un decennio il dibattito mediatico-politico italiano ha fatto un uso compulsivo dei concetti di populismo e sovranismo, interpretati per lo più come correnti di pensiero e progetti strategici in collisione con la democrazia liberale e le sue sorti progressive. Il populismo ha una lunga e complessa tradizione e il fenomeno è stato pertanto oggetto di numerosi testi politologici in Italia e all’estero. Molti di questi lavori muovono dalla constatazione dello sfondamento semantico di una parola strillata come epiteto contro Berlusconi e Chávez, Renzi e Le Pen, Grillo e Iglesias. In un agile e incisivo libro dal titolo Sovranità (Il Mulino, 2019) Carlo Galli liquida questo attacco a testa bassa contro il populismo come un’“espressione di polemica, di disprezzo e di incomprensione” verso i motivi della ribellione e dell’indifferenza popolare nei confronti delle istituzioni e delle classi di governo. Ma il libro di Galli, come annuncia il titolo, ha il merito di mettere a fuoco anche il “sovranismo”, concetto che, al contrario del populismo, non pare godere di particolare interesse soprattutto fuori dai confini nazionali. Il motivo principale è dato dal fatto che dagli studiosi esso viene correttamente considerato come una semplice declinazione della sovranità, come l’agire politico che si muove in vista di una sua richiesta o del suo consolidamento. Lo stesso Galli fa comparire il termine sovranismo (ridotto a un cascame della polemica contingente) solo nelle ultime pagine di un libro che si concentra interamente sulla sovranità e sul suo essenziale rapporto con il politico. Per Galli sovranità è innanzitutto un “termine esistenziale”: essa manifesta la volontà di un popolo – quale esso sia – di voler esistere, di darsi un quadro normativo (Costituzione, leggi ordinarie, codici) e di decidere sopra la propria sorte e la propria identità all’interno dei confini geografici definiti.  

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Lavoro e pandemia: per un punto di vista di parte

Michela Cerimele

Con lo stato d’emergenza innescato dalla pandemia, sembra essersi scalfita la cortina fumogena che dai primi anni Ottanta del secolo scorso si è abbattuta sulla classe operaia, e sul mondo del lavoro tutto, determinandone “la fine” come soggetto sociale e politico. Nei mesi trascorsi abbiamo scoperto una verità cristallina eppure non scontata. Ossia che, se sostanzialmente scomparso dai radar delle narrazioni, delle analisi, del dibattito politico, il lavoro produttivo, non produttivo, di riproduzione non ha certamente cessato di esistere.

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L’ordine mondiale cinese di Jiang Shigong

Vincent Garton

La presenza del potere cinese è ovunque, ma i motivi che la determinano sono a malapena compresi. La percezione del relativo declino e stagnazione dell’Occidente ha provocato un crescente interesse per il “Modello Pechino”, ma la dissonanza tra quanto si pensa in Occidente della Cina e il modo in cui gli intellettuali cinesi percepiscono sé stessi resta più profonda che mai. Questo è vero non solo tra i critici della Cina, che la considerano un concorrente ideologico o una minaccia totalitaria, ma anche tra le più diverse correnti di pensiero, sia di sinistra che di destra, che, senza distinzioni, usano la Cina come una tela per le proprie ambizioni politiche: una fonte di speranza, di ansia o semplicemente un’opportunità estetica.

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