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Noi siamo questi

Redazione 

Azione parallela, ovvero praticare il possibile pensando l’impossibile. 

Pensare per l’azione significa fare politica, ma prima ancora bisogna sapere contro chi pensare e agire perché in politica ciò che conta è l’esatta individuazione del nemico. Per noi il nemico è la forma di vita che domina incontrastata il mondo. 

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Che cosa è stato il PCI

Fausto Anderlini

La metamorfosi
[Considerazioni sull’ultimo libro di Luciano Canfora. Una diluviale recensione che nessuno è tenuto a leggere. Scritta di mio pugno ma con il contributo di Marcella Mauthe che mi ha dischiuso aspetti del cossuttismo che non avevo considerato con sufficiente attenzione].
Canfora si chiede il perché di una metamorfosi che ha portato gli eredi del Pci ad abbracciare valori opposti a quelli delle origini: cioè il liberismo, annacquato in un esangue europeismo, invece del socialismo. Con la ‘democrazia americana’ come paese guida in sostituzione della casa madre sovietica. Con le classi medie della ztl come target sociale lasciando ad altro destino la base popolare inscritta nel telos della sinistra storica. L’approccio di Canfora è esclusivamente idiografico, si limita cioè al giudizio sui gruppi dirigenti e trascura ogni riferimento a dinamiche di struttura.

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Testo originale dell’intervista rilasciata da M.Tronti a La Stampa del 26 marzo 2021

Dopo la crisi del 2008, gli elettori sono finiti nelle braccia dei sovranisti e dei populisti, i partiti non sono mai riusciti a trovare maggioranze stabili che onorassero il mandato popolare. C’è chi sostiene che il governo Draghi sia la soluzione estrema che il presidente della Repubblica ha dovuto mettere in campo dopo il fallimento dei partiti. Questo governo rappresenta un colpo alla democrazia rappresentativa?

         Rifuggo dalle letture complottiste che ho visto circolare nei giorni passati, soprattutto nella parte estrema della sinistra, circa sbreghi anticostituzionali, a favore di poteri forti, nazionali e internazionali. E’ stato applicato alla lettera l’art. 92 della Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Questo, dopo aver verificato attraverso l’esplorazione del Presidente della Camera, che non esisteva più una maggioranza stabile di governo, in grado di far fronte alle due urgenze: risposta forte all’infuriare della pandemia e risposta seria alle opportunità del Next Generation Eu. Non è stato il fallimento della politica, ma il fallimento di improbabili maggioranze di governo, occasionali e divise sui fondamenti del fare politica.    

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Il caso Donald Trump, presidente della plebe, nell’era degli uomini della moneta

Rita di Leo

La perdita di ruolo e funzioni degli uomini che pensano è stata lentissima, sono passati secoli dal cardinale Mazzarino alle spalle del re di Francia sino al politico professionale Dick Cheney alle spalle del secondo Bush, l’erede cadetto ‘creato’ presidente degli Stati Uniti, da suo padre ex presidente, ex direttore della C.I.A, esponente di spicco dell’élite economica Otto-Novecentesca e del partito conservatore. Molti erano gli uomini che pensano, alle spalle del cadetto Bush nei suoi due mandati da presidente: i funzionari della macchina politico-amministrativa, gli esperti dell’apparato economico-militare, e infine gli ideologi neoconservatori, che lo convinsero non solo a calarsi in imprese belliche senza fine ma persino a fargli credere che l’instaurazione della democrazia elettorale ‘all’americana’ era il vero obiettivo etico della guerra contro i talebani e contro l’ex alleato Saddam Hussein.

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Recensione a Workers and Capital (tradotto da David Broder, Verso Books, London 2019)

Matteo Mandarini

Sono rari i testi marxisti del dopoguerra che possono vantare di aver creato, non solo un nuovo orientamento teorico, ma altresì un nuovo filone di militanza politica tuttora vitale nell’area della “sinistra radicale”. Se Leggere il Capitale di Louis Althusser (e altri) costituisce un tipico esempio del primo caso, ogni tentativo di ricavarne una forma di pratica politica – senza arrivare neppure a parlare di militanza – è destinato a fallire. Si potrebbe accennare alla Teologia della Liberazione, al marxismo “black” o a quello di stampo femminista come a nuove correnti marxiste teoriche e al contempo di militanza in grado di unire innovazione teorica nell’ambito di una precisa tradizione di pensiero e pratica marxista, ma resterebbe arduo individuare un unico testo fondamentale riconosciuto come tale da coloro che si rifanno a quelle correnti. Probabilmente l’unica opera che risponde a questi requisiti è Operai e capitale di Mario Tronti. Esso raccoglie suoi scritti composti in un decennio che va dal 1962 al 1971. L’idea centrale dell’operaismo (spesso, nel mondo anglofono, erroneamente confuso con l’“autonomismo”) si riassume in tre proposizioni contenute in “Lenin in Inghilterra”: “Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia”. In altri termini, invece di concentrarsi sul punto in cui il capitale è più debole, si deve concentrare lo sguardo laddove la classe operaia è più forte. Quindi, non è il lavoratore, non sono le categorie di manodopera o di forza-lavoro, bensì è la classe operaia – il vero referente del termine forza-lavoro – con i suoi movimenti interni a ricoprire un ruolo decisivo.

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Fabbrica (pubblicato sul n. 651/652 di Casabella 1997) – with english version

Mario Tronti

Tutte le etimologie dicono: fabrica, faber. Il luogo, lo spazio, il corpo di fabbrica. Però luogo vivo, spazio animato, corpo più che abitato vissuto, luogo di lavoro, dove faber è “celui qui sait faire”. Fabbrica si dice soprattutto quando si parla di operai e del loro lavoro, manifattura quando si parla di prodotti del commercio. Manifattura e fabbrica, con Marx, tra Sette e Ottocento. Il Novecento le supera con la geniale unificazione di taylorismo e fordismo. Superata anche l’altra differenziazione: tra fabbrica, dove vengono elaborate materie prime e officina, dove si parte dai prodotti già elaborati. Il ciclo di produzione si fa integrale, il lavoro dell’uomo va in frantumi, ma la lavorazione dei prodotti diventa intera.

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Origini ed eredità dell’operaismo (intervista a Mario Tronti)

Giulia Dettori

Mario Tronti è un filosofo e politico italiano, fondatore, insieme a Raniero Panzieri, dell’operaismo, corrente eterodossa del marxismo teorico in Italia attraverso cui, negli anni Sessanta, sulla scia degli eventi generati dal 1956, intraprende una ricerca teorica che mira a creare un rapporto diretto tra intellettuali e classe operaia, senza la mediazione dei partiti.

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Mario Tronti. La politica al tramonto (Una lezione di Giuseppe Trotta del 2000)

Giuseppe Trotta

Premessa

Dico subito che è difficile presentare un’opera come questa, non solo per la complessità dei temi che tratta, ma per lo stile stesso del pensiero. Mi è capitato altre volte di dire che ci sono dei libri che si leggono e dei libri che si ascoltano. Questo è un libro che si ascolta. E ci troviamo dinanzi ad una scelta a suo modo radicale: o c’è una empatia con  un percorso di pensiero o si rischia di ridurlo drasticamente, di argomentarlo senza capirlo, di spiegarlo senza comprenderlo. E’ il rischio, ovviamente, che mi assumo io stesso […].

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L’età della moneta, ovvero del dominio dell’informe

Andrea Cerutti

Rita Di Leo, per chi non lo sapesse, ha a che fare con il pensiero di Mario Tronti  ̶ legata soprattutto alla fase «operaista» e a quella dell’«autonomia del politico», meno ai temi teologico-politici che caratterizzano l’attuale fase dell’avventuroso percorso teorico trontiano. È una sovietologa, una disciplina purtroppo caduta in disuso, ed è soprattutto una rigorosa teorica della politica. In breve, sia per le esperienze intellettuali che per i temi che ama affrontare, è il contrario di un’opinionista alla moda. Non a caso nel suo L’età della moneta, pubblicato nel 2018 da il Mulino, non si occupa di idee o di teorie, ma, in linea con la metodologia trontiana, si impegna in un corpo a corpo con i fenomeni storici. Anzi, con il «fenomeno storico», ovvero «l’età della moneta, il nostro tempo presente con i suoi uomini, quelli che sono prevalsi su quelli della spada, su quelli del lavoro e su quelli dei libri». Qui, dunque, non si parla di populismo o di liberaldemocrazie sotto attacco. Temi buoni per una serata dalla Gruber, sui quali ognuno può sempre dire la sua così come capita, tanto nessuno gliene chiederà mai conto.

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«Non gli operai di Manchester, ma quelli di Detroit» Johnson-Forest Tendency, Socialisme ou Barbarie e l’operaismo italiano

Matteo Montaguti

Introduzione. Fili rossi

L’operaismo italiano degli anni Sessanta, analogamente all’esperienza americana della Johnson-Forest Tendency (JFT) e di quella francese di Socialisme ou barbarie (SoB), nasce come un tentativo di risposta politica – sul piano della produzione teorico-pratica – alla crisi e alla stagnazione del movimento operaio degli anni Cinquanta, contrassegnato da un sostanziale scollamento rispetto agli operai e ai conflitti di fabbrica proprio in un momento di cruciale e accelerata trasformazione del capitalismo industriale e della classe stessa. La visione e le analisi delle organizzazioni “ufficiali” restavano infatti ancorate a una rappresentazione statica dello sviluppo capitalistico del Paese e a modelli ormai inadeguati per comprendere una composizione di classe in veloce mutamento (e movimento).

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